Passeggiando in fianco alle Chiese e ai Palazzi, egli si arrestava a contemplare quei monumenti, e le forme fantastiche di quelle antiche dimore in parte immerse nelle ombre della notte, in parte illuminate dalla luna, secondavano le sue tendenze e lo trascinavano nel regno dei sogni. Dimenticando affatto il presente, egli riviveva nei secoli andati, e gli pareva che quelle mura gli rivelassero i segreti delle arti e della politica; e cercando di penetrare nei misteri degli anni svaniti, gli sembrava di vedere gli uomini delle morte generazioni e ne studiava i caratteri, e voleva indovinarne i pensieri. Davanti una maestosa basilica, che disegnava le sue cupole nel cielo sereno, egli pensava: — Quivi Tiziano si sarà soffermato a contemplare questo spettacolo sublime, e avrà meditato il pensiero dell'Assunta. — Poi raggirandosi per le oscure vie, e pei ponti ricurvi che presentano alla vista le case del popolo sporgenti o rientranti nell'acqua dei canali, se un lumicino rischiarava una finestra, con una luce rossastra, gli pareva di vedere coricata in quella stanza la più bella Venere uscita dai pennelli del medesimo artefice, chiamato dal Buonarroti «il gran confidente della natura, il maestro universale, e il solo degno del nome di pittore». E seguitava il suo notturno pellegrinaggio attraverso l'antica Venezia, evocando il passato. Sotto al campanile di san Marco gli sembrava di riconoscere il vecchio Sansovino che si compiaceva nella contemplazione della sua loggia; sulla riva degli Schiavoni, s'immaginava di incontrarsi con Alessandro Vittoria che aveva dimorato in calle della Pietà. Ora si arrestava a dialogizzare col Tintoretto, ora chiedeva a Paolo Cagliari delle spiegazioni intorno ai suoi gruppi, o domandava a Giorgio Barbarelli i segreti della sua tavolozza, e le sue opinioni intorno alla maniera del maestro Giovanni Bellino.

Davanti l'ampia superficie della laguna pensava ai grandi capitani che conquistarono il dominio dei mari, e piantarono l'onorato vessillo di San Marco in lontane regioni. Si figurava i battiti del cuore di Marco Polo nel giorno del suo arrivo a Venezia dopo la lunga assenza dalla patria, e rammentava le glorie dei Morosini, dei Dandolo, dei Foscari, dei Zeno, dei Mocenigo, dei Pesaro. Anime grandi! bei tempi per Venezia! che ben a ragione andava superba de' suoi fasti politici, della sua sapienza civile, delle sue glorie artistiche!...

Ma tutto ad un tratto un rumore dapprima indistinto e confuso, e poi assordante e disgustoso, lo risvegliava da' suoi sogni. Era un nembo di maschere sibilanti, accompagnate da stromenti scordati, rischiarate da palloncini variopinti, seguite da una folla plaudente di curiosi e di sfaccendati. Valdrigo ritirato nel vano di una porta lasciava passare la valanga, e quando il silenzio della notte riprendeva il suo dominio egli faceva il paragone della antica Venezia colla nuova, e mettendo a riscontro le feste nazionali delle vittorie, coi baccanali senza tregua, gli uomini d'una volta con quelli del giorno, il suo cuore lagrimava di compassione. Allora rientrava in casa, abbattuto e desolato d'esser nato troppo tardi, in un'epoca di corruzione e di decadenza; e trovava miglior consiglio spegnere l'intelletto nello stordimento delle feste, al tocco dei bicchieri, al suono d'una musica festante, fra i baci voluttuosi dei facili amori!...

E così invaso dallo scoramento e prostrato dagli stravizi, dimenticava il grande esempio dell'amico, il quale, modesto, laborioso e solitario, si levava sempre più alto e dominava i tristi tempi, colla grandezza del genio e coll'incanto delle divine creazioni.

XII.

Un ardente desiderio, un pensiero tenace, turbava i sonni, e dominava le ore di studio di Antonio Canova. Un nome grande risuonava nel suo cuore, una voce misteriosa e prepotente lo chiamava da lontano. Questo pensiero, questo nome, era Roma. Roma circondata da un prestigio infinito, nome eterno e venerato dal mondo per le sue grandezze e per le sue rovine. Colà la Grecia mostra ancora le immortali bellezze de' suoi marmi; e le glorie della repubblica e dell'impero sfidano i secoli sulle pietre imperiture dei loro monumenti. La nuova era della fratellanza cristiana, fondata sulle macerie del mondo antico, narra i suoi martirii e i suoi fasti, colle catacombe e colle basiliche. Il genio dell'arte eterna ha trasfuso la sua scintilla nell'anima di Michelangelo e di Raffaello, e il fuoco sacro arde fra quelle mura, che custodiscono i tesori della civiltà greca, romana e cristiana. Il gruppo di Dedalo ed Icaro e la statua del marchese Poleni fornirono al giovine scultore i mezzi necessari per soddisfare i suoi voti, e nell'ottobre del 1780, lieto e felice, partì finalmente per Roma.

XIII.

In quello stesso mese un pesante carrozzone da viaggio, e un barocchissimo biroccio, andavano barcollando per le strade rotte e guazzose dei contorni di Treviso, trasportando la nobile famiglia degli Orseolo che si recava a villeggiare nel suo palazzo di Vascon.

Vedevasi nel carrozzone principale la nobildonna Fulvia in gran toppè seduta accanto del nobile Giuliano Partecipazio, suo cavaliere servente di servizio, e dirimpetto a loro, Silvia ed Alvise. Sedevano nel secondo biroccio il nobile marito conte Almorò degli Orseolo, l'elegantissimo abate Don Lio, poeta arcade, membro dell'illustre accademia dei Granelleschi, istitutore del giovane Alvise, e cavalier servente onorario della contessa. In faccia a loro stavano Vittore Valdrigo, e la cameriera Lucietta. Gli altri servitori e staffieri camminavano in fianco alle carrozze per sostenerle quando minacciavano di ribaltarsi, o per spingerle avanti, quando le ruote sprofondandosi nel fango, si arrestavano. Erano partiti da Venezia avanti il levare del sole colla speranza di giungere alla villa prima di notte. In due ore si attraversava la laguna, ma ci voleva una intiera giornata a percorrere le quindici miglia da Mestre a Vascon, ben fortunati quando non si aveva bisogno di quattro buoi per rimorchiare i cavalli e le carrozze attraverso i rompicolli, che allora si chiamavano strade.

Silvia era diventata una bella ragazza. Prima di ritirarla dal convento era stata fidanzata al signor conte Alberto Leoni, che aveva vent'anni più di lei, ma le era eguale in nobiltà e superiore in ricchezza, perciò tutti trovavano il maritaggio perfettamente assortito, e la ragazza non aveva nulla da dire, non potendosi ammettere in quei tempi dalle famiglie dei nobili, che le fanciulle avessero un'opinione qualunque sullo sposo a loro destinato dai genitori, secondo la nobiltà del casato e le convenienze relative.