Col lodevole scopo di avvalorare i suoi precetti coll'esempio, egli aveva adottato per sistema un linguaggio costantemente figurato. Alla mattina egli vedeva la rosea Aurora sul risplendente suo carro, a mezzogiorno egli usciva coll'ombrello per evitare i dardi di Febo, alla sera egli salutava la bianca figlia di Giove e di Latona che faceva capolino dalle nubi. Usciva a respirare i soffi di Zeffiro, rientrava in casa incomodato dalle furie di Eolo, d'Austro o di Borea. Nelle tazze del caffè egli assaporava il néttare, e a mensa trangugiava l'ambrosia delle prelibate bottiglie. Finalmente alla notte si abbandonava nelle braccia di Morfeo. Alvise trovava il suo maestro eminentemente noioso; il conte Orseolo lo stimava un insigne poeta, e Vittore Valdrigo sosteneva che Don Lio era un essere completamente felice.

La religione cristiana gli prometteva il paradiso dopo la morte, la religione pagana gli concedeva in vita l'uso degli Elisi, e l'abuso dei suoi numi. Venezia gli offriva i suoi piaceri, l'Arcadia lo convitava alle agresti sue gioie. Senza sudori sulla fronte egli coltivava il Parnaso, e passava i giorni beati dalle più dolci visioni, accompagnate dagli agi materiali. Smarrito in una selva selvaggia ove Dante avrebbe incontrato una lonza, un leone ed una lupa, ove i pastori sarebbero stati assaliti dagli orsi, egli non vedrebbe che le Driadi e le Napee sorridenti e ben disposte in suo favore; e certo cadendo in acqua sarebbe salvato dalle Najadi, o almeno ripescato da Nettuno.

Angelo Rotondo ascoltava a bocca spalancata gli squarci d'erudizione coi quali Don Lio si degnava talvolta onorarlo; e strabiliava a tanta sapienza, chiedendo spiegazioni e commenti. Durante la villeggiatura la sua ammirazione riceveva continui alimenti dalle declamazioni serali dell'arcade abate, e nei mesi d'inverno non dimenticava mai d'inviare i suoi rispettosi inchini all'illustre poeta, nelle indecifrabili epistole indirizzate all'agente generale di Venezia, nelle quali ommettendo i punti e le virgole, parlava alla rinfusa degli animali e dei padroni, dei polli, dei cavoli, e di Don Lio, chiudendo colla firma paradossale dell'umilissimo e devotissimo servo Angolo Rotondo.

Ma ecco la rubiconda Fiorina che dai cancelli del giardino annunzia l'arrivo degli illustrissimi padroni e del loro corteggio.

XIV.

La vita di campagna dei nobili veneti di quel tempo si allontanava di poco dalle abitudini cittadine, e poteva chiamarsi una variazione sullo stesso motivo. Il dolce far niente di quelle esistenze senza scopo, non veniva interrotto che dai lauti desinari, o dal giuoco. In città passavano le ore in frivole occupazioni, o colle visite, o al teatro. Alla villa il tresette della mattina teneva il luogo delle visite, il tresette della sera suppliva al teatro. La coltura del suolo era tenuta a vile e abbandonata ai bifolchi; l'aratro che onorava i consoli romani, era disceso fra gl'istrumenti più umili della plebe rurale.

Le arti, le mode, la poesia, tutto tendeva a dissimulare la natura, e la vita era ridotta un artifizio sostenuto da idee false, da pregiudizi inveterati, da privilegi politici e civili, conservati da secolari abitudini e da leggi severe.

Vittore Valdrigo amava la natura per istinto, e per l'influenza delle sue memorie d'infanzia, amava l'arte come quella che gl'insegnava a discernere il bello e ad elevare lo spirito, e disprezzava l'arteficioso ed il falso di quelle esistenze signorili, delle quali era divenuto testimonio quotidiano e attento osservatore. Ma legato alla famiglia degli Orseolo per la riconoscenza dei beneficii ricevuti, per la necessità de' suoi studi, per l'impossibilità di mantenersi da sè, o di tornare nell'isolamento della rustica famiglia, egli si lasciava andare per la china delle contratte abitudini, e viveva all'ombra dei suoi protettori che amavano i suoi capricci, e gustavano i paradossi del suo spirito, come fuochi d'artificio che svegliano dall'assopimento, come il certo preludio d'un futuro grand'uomo. Cosicchè le sue stranezze divertivano quei nobili signori, superbi d'aver pescato ne' bassi fondi sociali un originale che poteva un giorno far dire ai Veneziani: — La nobile famiglia degli Orseolo protegge le arti! —

Rosa giudicando che i nobili e i signori venivano al mondo per far niente, ringraziava la divina provvidenza d'aver collocato suo figlio nella vera posizione che gli poteva convenire, essendo troppo molle di fibra per sostenere l'aratro e i duri lavori della terra. Non è a dirsi se quella tenera madre fosse felice vedendo il suo prediletto diventato un lustrissimo; essa attribuiva quella sorte fortunata alla mistica influenza delle candeline offerte alla Madonna della neve di Saltore, alla quale porgeva continui voti, e indirizzava devoti rosari, per ottenere al figlio più dilicato una facile esistenza come domestico o poeta in una casa signorile, ciò che per la buona donna sembrava ad un di presso la stessa cosa.

Nei mesi della villeggiatura Vittore visitava spesso i parenti, portava qualche dono a sua madre e ai fratelli, e rifaceva solitario i passeggi dell'infanzia. In quelle dolci solitudini tutto parlava al suo cuore; l'aria emanava un profumo speciale, il mormorio dell'acqua aveva dei significati reconditi ed eloquenti, lo stormire delle frondi era un linguaggio inteso dalla sua anima, avvezza a conversare colla natura. Coricato sotto le antiche piante che avevano consolata la sua infanzia colle loro ombre, egli contemplava estatico le scene tranquille dei campi, il pascolo dei buoi sul prato vicino, i progressi dell'edera sugli avanzi della torre, le tinte rosseggianti della vite che faceva cornice alla scala, il bacio dei colombi che da padre in figlio ereditavano i nidi dei loro antenati.