Quante meditazioni in quella mente! quanti raffronti fra la semplicità e il silenzio di quei campi, e il lusso romoroso di Venezia; fra la vita primitiva e innocente de' suoi parenti, e le raffinatezze e la corruzione d'una nobiltà decrepita; fra l'ignoranza delle classi rurali e la scienza degli uomini illustri.

Chi più felice?... Arduo problema! Che cosa è la gloria? Chiedetelo a Tiziano nella sua tomba. La vita e la morte saranno sempre i grandi misteri!

Qualche volta sulla sera, quando stava per rientrare al palazzo, scontrava per via la comitiva dei nobili villeggianti, e si univa con loro per accompagnarli nel passeggio vespertino.

La nobildonna Fulvia camminava maestosamente in mezzo a' suoi cavalieri serventi. Il nobile Partecipazio, discendente degli antichi dogi, era onusto di scialli, di ombrellini e di ventagli, pronto a soddisfare i bisogni della dama, a coprirla, a scoprirla, a ricoprirla secondo gl'influssi della luna, e i capricci di zeffiro. Don Lio portava fra le sue braccia la cagnolina Tisbe che ringhiava all'approssimarsi dei profani, e sembrava riconoscente alle cure del poeta, che la celebrava ne' suoi versi. Seguiva un codazzo d'ospiti, di nobili vicini, coi figli e il marito. Il conte Orseolo corteggiava le dame, i cui mariti corteggiavano le amiche delle mogli, essendo suprema legge del codice elegante d'allora il cedere i propri diritti, l'invadere il terreno degli altri. Il giovane Alvise provava le prime armi con una briosa villeggiante di Lancenigo, che aveva dieci anni più di lui, molto opportuni per le lezioni d'esperienza, che servono di guida agli inesperti. Silvia restava indietro cogli invalidi, e i pensionati del regno di Cupido, o si univa con Vittore quando faceva parte del seguito.

XV.

Silvia, come tutte le ragazze della sua età, era un prodotto misto della natura e della educazione. La natura l'aveva dotata di una bellezza delicata, di forme snelle, di biondi capelli, d'occhi azzurri e profondi, come le acque del mare, dal quale la sua famiglia aveva in origine attinte le glorie e le ricchezze. La mente ed il cuore erano l'opera delle istituzioni claustrali, nelle quali era stata allevata, sotto la direzione d'una zia paterna, suor Maria Serafina, divenuta monaca secondo gli usi del tempo, per conservare intatto l'avito retaggio al fratello primogenito. L'affetto della zia alleviava alla educanda le fatiche dello studio e le aumentava la porzione delle ciambelle, che si distribuivano nei giorni solenni. La buona monaca aveva consigliato la fanciulla a preferire il maritaggio imposto dai parenti, alle eterne noie del chiostro. Negli anni d'istruzione essa aveva assorbite tutte le superstizioni e tutti i pregiudizi del suo tempo, ed aveva ignorato completamente le realtà della vita. Essa usciva dunque nel mondo fidanzata al conte Leoni, prima che il suo cuore avesse parlato, ed arrivava nella società, come i naviganti nelle terre scoperte, cioè in paese ignoto, fra costumi bizzarri, colle idee d'un altro mondo.

Ma gli uomini coraggiosi che intraprendono delle spedizioni per scoprire nuove terre sono già avvezzi alle fortune di mare, esperti nella nautica, accompagnati da arditi marinai, provveduti di armi e munizioni. La povera fanciulla veleggiava sola per mari ignoti, non coadiuvata dalla scienza, inesperta degli scogli nascosti sotto le onde, e senza pilota.

In quei tempi le madri erano troppo occupate per potersi dedicare all'educazione delle figlie. La mattina era tutta impiegata davanti la sapiente tavoletta, segreto laboratorio dei donneschi artificii, ove la crema d'alabastro e il rosso di serkis, componevano il roseo incarnato delle guancie; il bianco di Sultana, il latte di cocomero, o l'acqua d'Ispahan, servivano a nascondere le rughe, un neo ben collocato attirava gli sguardi degli ammiratori, e metteva al bersaglio un occhio languidetto, o una bocca lusinghiera. Poi l'acconciatura del capo esigeva lunghe cure, ed esperte mani per sollevare i capelli ad altezze meravigliose, sostenerli al loro posto, fissarli colla pomata circassa, rivolgerli col ferro caldo, imbiancarli colla cipria.

Più tardi venivano le visite, le adorazioni dei cicisbei, il pranzo, il teatro, il ballo; e in mezzo a tante brighe bisognava pure soddisfare alle convenienze sociali, concedere qualche istante al riposo, qualche abboccamento segreto, appagare il gusto del cavaliere servente, riconoscere i suoi diritti, e qualche volta transigere colle esigenze del marito.

È dunque evidente che i figli erano veri imbarazzi, importuni testimoni, pericolosi confronti, certificati autentici dell'età approssimativa dei genitori. Perciò la gentildonna Fulvia teneva sua figlia a rispettosa distanza, limitandosi a raccomandarle la massima semplicità nelle vesti, e un contegno riservato. Ma la giovanile freschezza suppliva ad ogni ornamento, e una modesta gonnella, un bruno zendaletto, una rosa sui biondi capelli, bastavano a farne una deliziosa creatura. Silvia dunque viveva nell'isolamento, quantunque si trovasse fra numerose persone, e si concentrava in sè stessa cercando d'indovinare i misteri della vita, osservando ogni cosa, studiando e meditando gli usi, le abitudini, gli individui. Guidata dall'istinto, coadiuvata dalle circostanze, essa andava modificando le sue idee, e arricchendo la sua mente di quelle cognizioni che il convento le aveva nascoste, e che pure le sembravano necessarie per sapersi regolare nel cammino della vita. I passeggi solitari in giardino erano il suo principale diletto, l'innocenza ama la natura, le fanciulle amano i fiori, gli alberi, il cielo aperto dei campi. Pensava al suo futuro matrimonio col conte Leoni che avea veduto due volte nel parlatorio del convento, il giorno della presentazione, e il giorno che venne fissato il matrimonio. Il fidanzato dopo d'aver baciato la mano rispettosamente alla promessa sposa, in presenza dei genitori e della badessa, era ripartito per un paese lontano ove rappresentava la repubblica, dopo d'aver convenuto che il matrimonio avrebbe luogo al termine della sua missione diplomatica.