Ai discorsi dell'arte seguivano le confidenze del cuore; il quale soffriva per un amore infelice. Lo scultore amava la figlia d'un altro artista, Domenico Volpato. Erano stati fidanzati, ma inesplicabili misteri aveano rotto quel nodo, e in luogo delle nozze era seguito l'abbandono. Ma egli cercava nel lavoro un sollievo al dolore, e così anche le ambascie d'un amore tradito divenivano fomite all'arte e aggiungevano espressione alle opere.

Canova chiudeva la lettera eccitando l'amico a mettere a prova il suo genio con qualche opera di lena, e lo invitava a dargli notizia dei lavori compiuti.

Il rossore della vergogna coloriva le guancie del giovane, il rimorso del tempo perduto gli lacerava la coscienza, l'esempio glorioso dell'amico lo scoteva finalmente dal lungo letargo, e presa una risoluzione irremovibile, si diede a raccogliere gli studi dispersi, a mettere insieme i suoi libri, gli arredi, e gli utensili dell'arte mentre che la madre gli apparecchiava il fardello delle vesti, per la partenza.

All'indomani alzatosi per tempo abbracciava i parenti, stringeva al seno sua madre che piangeva a calde lagrime, dalla gioja di vederlo risoluto a lavorare e dal dolore di perderlo. La buona donna gli metteva in mano le sue economie, gli raccomandava il coraggio, lo accompagnava per un tratto di via. I suoi bagagli partivano sopra una carretta condotta fino a Mestre da Osvaldo, egli se ne andava a piedi, come la prima volta, ma con qualche anno di più con qualche illusione di meno, con l'anima ferita, col rimorso del tempo perduto.

Per via sua madre gli prodigava i consigli dei cuori semplici, lo pregava di conservarsi onesto, di meritarsi la stima di tutti, di non lasciarsi invadere dall'ozio, di aver fede in Dio, di voler bene a lei che pregava sempre per la sua felicità, e invocava sul suo capo le benedizioni del cielo. A Lancenigo si separarono con nuove lagrime e baci; la buona Rosa ritornò a Saltore col cuore stretto dall'affanno, e Vittore giunto a Mestre, e preso posto in una barca, arrivava alla sera in Venezia.

XVIII.

Sbarcò in casa d'un amico, e si mise tosto in traccia d'un alloggio modesto. Nel tempo che dimorava al palazzo Orseolo aveva fatto conoscenza con un certo Beppo Caruga battelliere, che conduceva gli artisti al lido, e nelle gite dei dintorni.

Avendolo scontrato per via gli chiese delle indicazioni in proposito. Beppo offerse una stanza nella sua casa, che venne subito accettata, e trasportativi i bagagli prese immediatamente possesso della nuova dimora dopo aver fissato un modesto contratto per l'alloggio e pel vitto.

La casa del povero pescatore era situata in un quartiere remoto di Venezia. Essa formava l'angolo di una calle che finiva in laguna, e la stanza di Valdrigo aveva tre finestre, una guardava la strada, le altre l'acqua. Da lontano la catena dei monti formava la cornice del quadro. Quella camera era stata la stanza nuziale dei genitori di Beppo, morti entrambi da due anni. Ripulita e imbiancata, si voleva affittarla, ma non trovava aspiranti perchè se la stanza era vasta, ariosa e decente, l'aspetto esterno della casa era affatto miserabile, cosicchè quell'alloggio riusciva troppo povero e lontano dal centro per le modeste fortune, e di troppo lusso per i poveri. Valdrigo vi si trovava a meraviglia, e sosteneva che l'esterno era più bello dell'interno. I muri scalcinati, i modiglioni sporgenti, le reti distese sulla facciata che si asciugavano al sole, i canestri panciuti del pesce che circondavano la porta, i laceri pannilini che sventolavano dalle finestre sopra un lungo bastone, come le banderuole dei navigli in un giorno di festa, davano veramente a quella casa un certo che di pittoresco, che conveniva perfettamente alle idee di Valdrigo. La vista poi dalle finestre era magnifica, e si estendeva sopra un vasto orizzonte. Alcune bianche vele disperse per la laguna si riflettevano sulle acque e parevano uccelli fantastici vaganti sulle onde azzurre del mare. Nelle ore del riflusso gli strati scoperti apparivano come verdi tappeti galleggianti, e i cercatori di crostacei vagavano per le alghe ricurvi il dorso, in traccia della preda. Al tramonto del sole le montagne lontane si tingevano di colori cangianti dal giallo d'oro al rosso porporino, dal rosso al violetto, e finalmente all'azzurro, fino a che le nevi brillavano ai languidi chiarori della luna. Tutto il giorno la laguna era popolata di barche, le più vicine apparivano distinte coi loro accessorii più minuti, le lontane parevano un punto nero nello spazio. Entravano di continuo nel canale, passavano o si fermavano alla riva battelli, burchi, caicchi, gondole, peote, e ogni maniera di barche. Sulle fondamenta le donnicciuole si sedevano al sole, rattoppando i cenci, o facendo i calzetti, querelandosi fra loro, mormorando del prossimo, lamentandosi della crescente miseria. I fanciulli giocavano, i battellieri si riposavano sulle soglie delle porte o apostrofavano i compagni, o si burlavano dei passeggieri, o con un segno degli occhi imberciavano certe gondole che uscivano al fresco con due innamorati.

Quel luogo, quantunque lontano dal centro romoroso di Venezia, pure non era il più opportuno per decidere al lavoro il nostro indolente Valdrigo. Mille motivi lo attiravano alla finestra, mille altri ve lo ritenevano in osservazione. Da un lato studiava la natura, dall'altro le scene popolari che aveva sotto gli occhi. Dagli alberi e dai campi di Saltore, alle barche ed alle acque di Venezia il mutamento era troppo grande per non attirare gli sguardi d'un artista. Dalla solitudine della campagna alla bizzarra conversazione del popolo di Venezia la differenza era troppo rimarchevole per non servire di distrazione, a chi tanto facilmente si lasciava distrarre.