Finalmente venne il secondo autunno, e come al solito ricomparve a Vascon la famiglia degli Orseolo col consueto corteggio di Don Lio innamorato fedele delle muse, e col nobile Partecipazio sempre più ringiovanito dalle pomate e dai cosmetici coi quali cancellava le rughe del suo volto, come i ristauratori dei quadri antichi riparano i guasti del tempo. Questa volta poi c'era anche la Silvia, perchè l'esperienza aveva insegnato a sua madre che amori della durata di due anni non esistevano al mondo, e quindi secondo le sue massime ogni pericolo era tolto.

L'arrivo della fanciulla scosse Valdrigo dal letargo; e indovinate che cosa fece!

Valdrigo fuggì.

Cercando di vederla si sarebbe esposto a nuovi insulti, a nuove calunnie, e il suo carattere non era tale da affrontare una seconda volta l'alterigia patrizia. Averla vicina e non vederla era cosa insopportabile al suo cuore, era lo stesso come il pretendere che il ferro si allontanasse all'avvicinarsi della calamita.

Dalle lotte colla natura si fugge con energica risoluzione, ma non si resiste nè si vince. Valdrigo dunque partì, ma non per Venezia che non aveva per lui più attrattive, ma per un viaggio pedestre ed artistico sulle Alpi che contemplava da lontano e non aveva mai vedute da presso. Entrò nel Cadore, la Svizzera del Veneto, e costeggiando la Piave visitò quei boschi antichi, e quei monti scoscesi che offrono tanti spettacoli sublimi all'ammirazione di chi ama la natura, e la grande poesia delle sue opere. La donna de' suoi pensieri lo seguiva dovunque, e disponeva la sua mente alla contemplazione di quelle scene stupende che le anime volgari guardano stupidamente senza gustarle.

In quelle solitudini alpestri egli meditava le grandezze delle opere di Dio e la caducità delle umane produzioni. Quelle roccie sfidavano gl'insulti dei secoli, e le opere più solide dell'uomo non potevano sopravvivere alle spente generazioni. L'antico Egitto scomparve, Gerusalemme non è che un mucchio di macerie, la divina Atene è caduta, e di tanta scienza, e di tante arti gentili, e di tante sublimi o graziose produzioni non ci restano che pochi frammenti che rendono più amaro il tramonto di ogni grande civiltà.

Volle compiere un pio pellegrinaggio al paese che diede i natali al grande Tiziano; e in quella valle pittoresca che fiancheggia la Piave cercava i punti che avranno arrestati gli sguardi dell'immortale pittore. Visitò la casa abitata dall'artista ancora fanciullo, e baciò la parete ove appena decenne quella mano divina aveva dipinto una Vergine col succo d'erbe spremute e di fiori. Era quello il primo lavoro dell'uomo davanti al quale l'imperatore Carlo V, doveva inchinarsi a raccogliere il pennello caduto, rispondendo alla sorpresa di lui: — Tiziano è degno d'essere servito da Cesare.

Ritornò a Saltore in novembre, quando tutti i villeggianti erano partiti, e rifece solitario i passeggi che doveva aver fatti la Silvia, e seguiva le sue traccie coll'istinto, e gli sembrava di vederla. Talvolta si arrestava dietro un albero ad osservare il giardino e il palazzo. Ma le chiuse imposte gli pesavano sul cuore come le memorie dei morti. Angelo Rotondo vangava la terra intorno agli dèi venerati da Don Lio, Fiorina copriva i garofani per ripararli dal freddo, e il boschetto era deserto.

Un giorno ritornando dal solito passeggio trovò sua madre sulla porta che lo aspettava, tenendo fra le mani una lettera. Vittore riconobbe sull'indirizzo il carattere di Antonio Canova. Il collega ed amico gli scriveva da Roma la relazione del suo primo trionfo.

Il grande monumento del pontefice Ganganelli era stato scoperto al pubblico nella chiesa dei santi Apostoli. Canova gli raccontava la storia dei suoi lavori, degli studi intrapresi, delle fatiche sostenute per superare le difficoltà dell'arte, e gli svelava ingenuamente le gioje provate a lavoro compiuto, e le agitazioni sofferte davanti al giudizio del pubblico, e accennando le lodi ricevute e le critiche soggiungeva: «le critiche danno luogo a riflettere ed insegnano: le lodi sovvertono ed addormentano; tolgono la smania di andare avanti, di tenere in attività lo spirito per distinguersi»[5].