Quando le sembrava di poter parlare senza essere importuna, la Rosa si studiava di consolare suo figlio, dicendo: — Fatti animo che non siamo poi tanto poveretti, quantunque contadini. Gli animali della stalla sono tutti nostri, e qualche bel zecchino l'ho messo da parte colla mia economia. Nel fondo del cassone ho un involto di ducati nascosto in un pajo di calze, e tu potrai disporne a tua voglia. Zammaria ripete sempre al padrone che gli anni sono cattivi, ma non è vero, naturalmente queste cose si debbono dire perchè non crescano gli affitti, ma coll'ajuto del cielo, si vive, e si mette anche qualche cosa da parte.

Egli ringraziava sua madre, e dichiarava non aver bisogno di nulla.

A poco a poco l'abitudine prese il suo dominio; e i giorni passavano vuoti di opere ma ripieni di pensieri, di contemplazioni, di sogni. I progetti tenevano luogo dei fatti, chè Valdrigo vedeva bene gl'inconvenienti d'un ozio prolungato, e confessava a sè stesso che la sua educazione, e il suo genio lo chiamavano altrove, che il momentaneo ritiro nella solitudine doveva essere una specie di cura medica delle ferite del cuore, non mai l'ultimo destino della sua vita. Ma la cura era fallata e invece di sanare le piaghe inacerbiva le ferite. La solitudine ingrandisce i fantasmi, stende un velo sul mondo positivo, e dischiude l'adito al regno dei sogni. Nella solitudine Silvia gli sembrava più bella, e nel vasto universo deserto, essa dominava con tutta la forza del mistero. Agli occhi di Valdrigo essa non era più donna, ma apparteneva alle fantastiche legioni degli angeli, anime tutte divine, vestite di candide forme e di eterei sembianti. Nella solitudine l'amore diventa una religione, e gli amanti simili ai devoti eremiti si lasciano assorbire dalla adorazione degli idoli, ingranditi ai loro sguardi per l'effetto dell'esaltazione mentale. Questa vita di contemplazione bastava al suo spirito. Intanto venne l'inverno, e sua madre tentava invano di fargli abbandonare la campagna deserta, e invano ogni giorno gli offriva del denaro perchè potesse recarsi a Venezia o almeno a Treviso per seguire il suo destino, e guadagnarsi una vita onorata con un lavoro adeguato alla sua educazione ed alla sua capacità. Egli le prometteva sempre di partire, ma rimaneva.

Le nostre cortesi leggitrici, se avremo l'alto onore di averne, diranno: — Ma che cosa poteva fare un artista alla campagna, d'inverno in una bicocca di contadini, nella più profonda solitudine?... — Gentilissime signore, riflettete un momento che gl'innamorati non sono mai soli, e gli artisti nemmeno. Valdrigo passeggiava in compagnia d'una donna immaginaria, la più bella fra le belle, la più sommessa fra le schiave. Ella era tutta sua, e gli teneva luogo d'un popolo: quelle solitudini abbellite dalle sue chimere erano il suo dominio, e gli tenevano luogo d'un regno. Egli faceva un sogno delizioso e non voleva essere risvegliato. E quante volte, cortesi leggitrici, non avete trovato voi stesse i vostri sogni segreti più belli della realtà!

Permettete dunque che Valdrigo rimanga qualche tempo in campagna, malgrado la perversità della stagione, che egli però trovava secondo i suoi gusti. I rami secchi degli alberi, le foglie cadute, il cielo nebbioso, la natura morta convengono perfettamente a certe condizioni dell'animo, quando un pensiero e un'immagine riempiono il cuore. Le anime leggere e i cuori vuoti cercano avidamente i frivoli piaceri del mondo, i balli, i teatri, le feste. Ciascheduno ha bisogno della folla per cercare un compagno. Chi l'ha trovato, chi l'ha perduto per sempre può vivere nella solitudine.

Valdrigo usciva a passeggiare pei campi deserti, quando l'aria gelata aveva cristallizzata la nebbia sugli alberi. Quella scena era per lui uno spettacolo fantastico, un mondo di cristallo. I rami delle piante, le siepi, l'erba secca delle rive si trasformavano in lucidi brillanti, i salici piangenti parevano diventati fiocchi giganteschi di candida ciniglia, il ghiaccio dei fossi presentava l'apparenza dei moarri di Lione che servono di veste alle regine, ma che sono una debole imitazione della natura. E i giorni di neve le vaste campagne coperte da un bianco tappeto mandavano dei riflessi azzurri, e presentavano l'aspetto di quei deserti del polo, che ci vengono descritti dagli arditi viaggiatori. E alla notte la luna battendo sulla neve i suoi raggi raddoppiava la luce pel riflesso della bianca terra, e faceva brillare uno strato infinito di diamanti. Chi non ha veduto la campagna d'inverno non conosce uno spettacolo degno d'ammirazione.

Venne la primavera, coi fiori delle siepi, col canto degli uccelli, cogli aliti imbalsamati pregni di amorose malìe. Chi avrebbe abbandonata la natura nel momento incantevole che si desta dal sopore del verno?... Non certo un innamorato, un poeta, un sognatore. L'estate offriva al pittore i più vaghi motivi d'ombra e di luce. La falciatura dei prati gli apportava il profumo dei fieni recenti, la mietitura del frumento gli mostrava l'effetto della porpora sull'oro, per mezzo dei rossi papaveri confusi ai covoni delle spiche mature. Il canto dell'allodola pareva rispondere alla canzone della spigolatrice, entrambe solitarie, e forse entrambe innamorate. L'autunno lo riteneva col prestigio delle sue frutta, col gajo spettacolo dei pampini carichi d'uve, colle tinte variopinte delle foglie.

Egli osservava e ammirava, voleva imitare le armonie della natura col suono del violino, e colla matita disegnava i gruppi degli alberi antichi, le movenze degli animali pascolanti, gli atteggiamenti delle rustiche fanciulle che danzavano sul prato, o andavano alla pesca lungo le rive, o nelle acque cristalline. Così passò il primo anno. All'autunno i nobili Orseolo vennero a villeggiare senza Silvia. La nobildonna Fulvia, per salvarla dalle supposte insidie dell'ambizioso Valdrigo, l'aveva confidata ad una amica elegante che villeggiava sulla Brenta in mezzo a numeroso corteggio di sdolcinati cicisbei.

Vittore si decise di ritornare a Venezia, terminato l'autunno, ma i giorni di novembre erano così belli di tristezza che lo ritennero con una forza insormontabile. Alla madre che gli chiedeva il giorno preciso della partenza per le ultime disposizioni da prendersi egli rispondeva: — Domani. — Domani! arcana parola, giorno indeterminato che esiste ma non è iscritto precisamente in nessun mese dell'anno, in nessuna divisione della settimana! Domani vuol dire il futuro misterioso, l'avvenire che sta in mano di Dio! Tutti abbiamo un domani fatale; oggi la vita, domani la morte! oggi i lampi del genio, domani le tenebre della tomba!

Il domani di Valdrigo non arrivava mai. Oh! l'indolenza delle anime quanti furti commette verso la patria. Quante opere insigni, non si fecero per aspettare un domani il quale non giunse che per annunziare la vanità degli umani progetti! — Domani diceva Valdrigo, e accendendo la pipa si gettava sull'erba fra i vortici di fumo. L'indolenza è una malattia dell'anima raramente acuta, quasi sempre cronica e incurabile. Quando s'incomincia a far niente, non si esce dall'incanto di quella dolcezza senza una scossa violenta. È la storia di Rinaldo nei giardini di Armida. Chiunque avrà provato in sua vita la malattia del far niente, non sarà punto sorpreso al nostro annunzio che Valdrigo passò il secondo anno come il primo, sempre disposto a partire, sempre ritenuto da una abituale indolenza.