Vittore rispose: — Manterrò la promessa.... — e spiegando un foglietto si mise a leggere una poesia che aveva per titolo: Le lagrime d'una fanciulla.
Egli leggeva con una voce dolce e commossa, e la giovinetta impallidiva, il suo seno si sollevava agitato, le labbra semichiuse reprimevano invano i sospiri, e gli occhi umidetti non potevano rattenere le stille che le irrigavano le guancie. Finita la lettura. Vittore fece in mille brani il foglietto, e disperdendolo al vento, esclamò: «Andate, poveri sogni, nel regno dei fantasmi, questa vita non è fatta per la poesia!...» Silvia levatasi con un rapido slancio voleva arrestare Valdrigo, ma troppo tardi, che già i piccoli frammenti scendevano al suolo fra le foglie secche degli alberi. Allora trapassando con repentino movimento dall'emozione alla collera: — Ebbene, disse, addio!... mi avete dato una ferita mortale, e per voi sono morta!... — e si mise in via per uscire.
Valdrigo sbalordito dalla sorpresa le corse presso, la ritenne per la mano, la ricondusse sotto l'albero, la fece sedere nuovamente, ma essa non lo guardava, e non rispondeva alle sue scuse. Allora, disperato d'averla offesa, disperato d'aver perduto quello sguardo che gli penetrava nell'anima come un raggio di luce divina, si gettò a' suoi piedi in ginocchio, e colle mani giunte, e le lagrime del pentimento sul ciglio, gli ripeteva: — Perdonate, Silvia, perdonate, io non credeva quei versi degni di voi, la vostra collera mi uccide, ogni vostro desiderio è sacro per me, voi avrete quei versi che io tengo nella mente, ne avrete ancora degli altri, se non mi negate quello sguardo che m'ispira i più sublimi pensieri. — Allora Silvia volgendo lentamente la testa verso Vittore lo guardò e lo vide sconvolto dal dolore, cogli occhi infuocati pieni di lagrime, che domandavano pietà. Commossa fino al fondo del cuore, gli pose una mano sul capo, e pronunciando la dolce parola: vi perdono, avvicinò il suo volto a quello del giovane, ed entrambi, trasportati da quell'estasi che inebbria le anime giovanili, suggellarono con un bacio reciproco la pace, e rimasero un minuto fuori del mondo.
Ma ohimè! la realtà della vita li richiamava sulla terra per mezzo d'un fastidioso accidente. Uno scroscio di risa ruppe istantaneamente l'incanto, come lo scoppio di un fulmine che sveglia dal sonno e disperde i sogni beati da soavi visioni. Don Lio aveva sorpreso i due giovani nell'atto del bacio, e ne menava uno scalpore indiavolato.
— Bravi, ripeteva battendo le mani, bravissimi!... Brava la futura sposa del conte Leoni, bravo il nemico delle muse, lo schernitore di Cupido! Egli confida nel silenzio delle Amadriadi e simile a Prometeo tenta la salita del cielo per rapire il fuoco divino!
Le sue declamazioni mitologiche attirarono servi, la confusione si diffuse per la casa. Silvia umiliata si ritirò nella sua stanza, Vittore tentò invano di giustificare la fanciulla. Don Lio fu l'implacabile accusatore del delitto. Il nobile Almorò degli Orseolo, intimò a Valdrigo lo sgombro immediato dalla casa. La nobildonna Fulvia non poteva darsi pace d'un tale scandalo, il cavaliere servente Partecipazio ne strabiliava. Don Lio accusava il seduttore d'insaziabile ambizione, Partecipazio sosteneva che il popolo è divenuto oltremodo vizioso, che non bisognava troppo proteggere la gente bassa, e rimproverava alla nobildonna la sua debolezza, il suo capriccio di tollerare in famiglia un villano, e dichiarava che tutti devono rimanere al loro posto, i bifolchi alla marra, i nobili alla toga. — Per quanto farete, egli andava ripetendo, i villani resteranno sempre villani, il sangue non si cambia, la nobiltà dell'uomo scorre nelle vene. Il mondo sarà sempre così! e Don Lio approvava abbassando la testa, sollevando le braccia e agitandole in segno di profondo convincimento.
La figlia colpevole dovette comparire davanti alla madre, alla quale spiegò ingenuamente il motivo di quel bacio tanto fatale. La madre la minacciò di rimetterla in convento fino al ritorno dello sposo, al minimo indizio di civetteria; la ammonì a tenersi in riserva, e soggiunse: — Se Valdrigo fosse stato un nostro pari, certo non avrei permesso la vostra intimità, ma come poteva io sospettare che un uomo senza nascita potesse farvi discendere sino a lui? Quando sarà finita questa benedetta missione diplomatica del conte Leoni faremo subito il matrimonio, ed allora sarete libera; ben inteso, sempre nei limiti delle convenienze, scegliendo il vostro corteggio nel libro d'oro, e possibilmente fra quelli di antica data.
XVII.
Vittore Valdrigo si rifugiò nel seno di sua madre. La povera donna piangeva con lui, e si desolavano entrambi, non per la perduta protezione, ma per le false accuse colle quali interpretavano uno slancio di sentimento non disgiunto dal più profondo rispetto. La povera Rosa consolava suo figlio con ingenue ma affettuose parole, perchè il suo linguaggio era quello della semplice natura.
Dopo il primo sfogo violento dell'anima offesa, Valdrigo scrisse una lettera ai nobili Orseolo nella quale giustificava la sua condotta, e dichiarava la sua eterna riconoscenza dei benefici ricevuti. Non risposero, ma gli fecero pervenire tutti gli oggetti che gli appartenevano, come ultimo indizio di completo abbandono. Rosa sgombrò la stanza della torre, la fece imbiancare, vi collocò un buon letto, un tavolo, due sedie, e vi depose con religiosa attenzione tutte le quisquiglie da rigattiere che costituivano il corredo del figlio. Egli si abbandonò ad una profonda tristezza, ad un letargo che pareva assopire il suo dolore, ma non era che l'effetto d'un vuoto immenso che isolava la sua esistenza. La buona Rosa lo osservava di sottovia, rispettava i suoi lunghi silenzi, lo serviva colla assiduità instancabile dell'affetto materno. Alle sue parole di riconoscenza rispondeva con un bacio, alle sue domande d'acqua gli portava del vino, e gli metteva sul tavolo del pane caldo, dell'uva secca, delle frutta. Per lui ci doveva essere ogni giorno la panna, il butirro fresco, e si dovevano raccogliere nel pollajo le uova ancora tiepide. Zammaria brontolava, ma Rosa levava la testa e gli faceva certi occhiacci che dovevano significare una spaventosa minaccia, perchè a quel cenno il marito cessava da ogni lamento ed usciva zufolando un'arietta concitata, ma inoffensiva.