Un altro giorno lesse a Silvia l'episodio d'Olindo e Sofronia, spiegando alla fanciulla le allusioni del poeta, e disponendola all'intelletto della vera poesia.
Tali frequenti ritrovi, resi interessanti dallo scambio reciproco dei sentimenti e delle idee, strinsero la intimità dei due giovani, e divennero oltremodo graditi al loro bisogno d'espansione. Silvia andava colla cameriera Lucietta a trovare la Rosa, e colà si univano a Vittore che le faceva correre attraverso la campagna. Osvaldo, un fratello di Vittore, prendeva le reti, e andavano alla pesca portando con loro delle frutta per una modesta colazione sull'erba. Talvolta Lucietta si perdeva pei campi con uno sbarbatello dei contorni che le prometteva di farla contessa, e allora Silvia e Vittore vagavano solitari, conversando e questionando di mille cose diverse. Valdrigo la proteggeva dall'ululato dei cani, dai pericoli provenienti dagli animali pascolanti, dalle spine dei roveti. La portava attraverso i ruscelli, la teneva per mano nelle salite più ardue, la difendeva dal sole con dei rami degli alberi, e dal vento coprendola colla sua giubba.
Dopo lungo cammino si siedevano a riprender lena sotto agli alberi, e Silvia scherzando gli diceva: — Riposiamoci un poco, ma poi andiamo avanti, avanti, sempre avanti fino a quei monti lontani, e dopo varcheremo anche i monti, e sempre avanti....
Egli le prendeva la mano, e la guardava negli occhi tacendo. Tacendo colla parola, perchè gli occhi parlavano abbastanza, e le anime si trovavano in armonia, come due arpe che mandano il medesimo suono. L'ingenuità della fanciulla la rendeva sacra a Valdrigo che la circondava del rispetto dovuto dai mortali verso gli angeli. Quella pura ammirazione era una sorgente d'ispirazioni novelle, di pensieri elevati. Nella sua tranquilla cameretta egli tracciava delle immagini celesti degne della matita di Raffaello; e traea dal violino dei canti di suprema dolcezza, e sovente improvvisava dei versi sublimi riboccanti d'entusiasmo e di gemiti, che si perdeano per l'aria, e svaporavano come diamanti consumati dalla combustione. Cosicchè non restava mai nulla di tante effimere creazioni. Nessuno era presente per colpire sul fatto le idee del poeta o le note del suonatore, ed egli stesso obliava ogni cosa quando cessata quella specie di ebbrezza che agitava il suo spirito, si lasciava cadere sopra il letto, sfinito ed esausto.
Anche gli abbozzi sparivano, nei momenti di scoramento, quando misurando le difficoltà che avrebbe incontrate nella completa esecuzione di pensieri appena accennati, egli distruggeva quelle forme indeterminate, come aborti indegni dell'arte.
Una mattina d'ottobre uscì per tempo a respirare l'aria aperta. Le foglie cadendo dagli alberi disponevano la mente ai pensieri melanconici, entrò nel boschetto e si trovò dirimpetto di Silvia. Una lagrima scendeva sulle guancie della fanciulla, che vedendosi sorpresa si passò rapidamente una mano sul volto, e finse un sorriso. Ma Valdrigo se n'era avveduto e fattosele incontro, le chiese con affettuoso interesse il motivo della sua tristezza. Essa negò fermamente d'aver pianto, e volle rassicurarlo che nulla agitava il suo spirito. Passeggiarono insieme qualche tempo, in silenzio, poi Silvia volle uscire dal boschetto, Valdrigo la pregava a rimanere, ma essa gli rispose con aria risoluta:
— Usciamo, ve ne prego, non dite una parola di più....
Si separarono in giardino, Silvia, rientrò nel palazzo, Valdrigo uscì alla campagna, in traccia di solitudine.
XVI.
Vi sono dei giorni d'autunno ne' quali sembra che la natura si disponga a dare un ultimo addio alla bella stagione, avanti il sonno delle piante, avanti le brine del verno. Il sole risplende in un cielo perfettamente sereno, l'aria è tranquilla, gli uccelli cantano sugli alberi, i fiori emanano le più soavi esalazioni, tutta la campagna presenta un aspetto di pace e di felicità. L'indomani dell'ultimo incontro di Silvia e di Vittore era uno di quei giorni. Ogni volta che i due giovani uscivano in giardino i loro passi si dirigevano verso l'ombrose macchie del bosco, quasi vi fossero attirati da una forza misteriosa; talvolta, appena entrati, Silvia voleva ritornare in giardino, e sembrava dominata da due genii contrari, uno che la invitava, l'altro che la respingeva da quel delizioso recesso. Quella mattina pareva che i genii si fossero messi d'accordo, perchè i due giovani entrarono francamente nel bosco, senza esitanza, e Silvia, sedutasi ai piedi d'un albero, disse a Vittore: — Qui non saremo disturbati, e la quiete che ne circonda in questo luogo romito, si presta perfettamente all'intento. Leggete dunque i versi che avete composti ier mattina passeggiando per la campagna, dopo la vostra pretesa scoperta.