Erano entrambi, come succede sovente a questo mondo, ricchi di genio e poveri di contanti; ma la ricchezza dei giovani non istà nella borsa, ma nel cervello e nel cuore, e in questo senso erano milionari. Portavano il fardello sulle spalle colla baldanza dei loro quattordici anni, e aspiravano l'aria fresca della campagna con un'ebbrezza che brillava negli occhi, e sulle labbra. Andavano a Venezia per la prima volta, a cercare fortuna nell'arte: avevano in tasca delle lettere commendatizie, nel cervello un mondo di sogni, e nel cuore una fiamma perenne.
Venezia era allora la ricca e popolosa dominante della repubblica, la città delle arti belle, la sede del buon umore, il teatro delle avventure misteriose e dei facili costumi. Il nome di Venezia risuonava in tutto il mondo col supremo prestigio delle glorie passate, e delle voluttuose seduzioni del presente.
I due giovani viandanti sentivano le pulsazioni del loro cuore accelerarsi all'idea di raggiungere la piaggia felice della quale aveano tante volte udito vantare i fasti, e narrare il fascino e le meraviglie, dai signori villeggianti.
A Mestre incominciava a quei tempi il movimento che indicava la vicinanza della grandiosa dominante. Dai grandi alberghi e dalle locande che fiancheggiavano il porto, uscivano ed entravano ad ogni ora del giorno grandi e piccole carrozze da viaggio, sedioli, cavalieri e pedoni. Vedevansi degli alti carrozzoni dorati con vaghe miniature agli sportelli, con entrovi eleganti gentildonne in toppè e gran signori in parrucca incipriata, con la coda riparata in un sacchetto di seta che sbatteva le spalle. Andavano e venivano per le vie popolose, ridendo e scherzando, arrestandosi a conversare cogli amici e conoscenti che incontravano. Ad ogni momento arrivavano o partivano le gondole dalla riva, caricavano o scaricavano i patrizi, i magistrati, i ricchi cittadini, accompagnati dalle loro dame e damigelle, dagli abati di casa, dai segretari, e da numerosi staffieri, servitori e cameriere d'ogni fatta, che portavano tabarri, ombrelli, cesti, sportelle, casse e bagagli. Sul porto era un continuo movimento, un incessante ed animato tramestìo d'uomini e di cose, che formava un quadro bizzarro di costumi originali e di colori spiccati, degna prefazione del gran libro di Venezia.
I due modesti viaggiatori dopo un'opportuna refezione si decisero a scendere in una peota che partiva sul momento carica di viaggiatori stipati fra le stie dei polli, e le provvisioni svariate di frutta e d'erbaggi.
Quando ogni cosa fu all'ordine la barca si distaccò dalla riva, e i barcajuoli incominciarono a dare dei remi nell'acqua. Le donnicciuole di Mestre che avevano accompagnate all'imbarco le comarelle e le amiche, si sbracciavano sul molo in mille segnali, auguri e saluti, e facevano un cicalìo che si confondeva col tonfo dei remi, e si perdeva incompreso per l'aria. Gli uomini salutavano con le braccia protese e i berretti sollevati.
Nella barca rispondevano sventolando le pezzuole, o coi cenni della mano, o con qualche lagrimetta furtiva, dissimulata dal bianco fazzuolo del capo.
Spariti gli ultimi gruppi della riva, incominciava la conversazione in comune. Ognuno prendeva un posto conveniente alle proprie idee. I vecchi cercavano un cantuccio tranquillo ben riparato dall'aria e dal sole, le donne fingendo nascondersi, studiavano una posizione avvantaggiosa; i giovani facevano prospettiva alle donne, o si sedevano loro da canto per raddolcire le noje del lento viaggio, con una conversazione geniale. I battellieri calcavano il tabacco nella pipa, e i due giovani viaggiatori si collocavano a prora per dominare liberamente il nuovo e stupendo spettacolo.
Frattanto uscivano dai tortuosi e torbidi canali di Mestre, ed entravano nella vasta laguna. I nostri due compagni di viaggio, cogli sguardi intenti verso la lontana Venezia, contemplavano estatici il magnifico quadro che compariva davanti ai loro sguardi.
Le acque azzurre, appena increspate dalla brezza vespertina, si stendevano come uno specchio infinito, riflettente le rosse nuvolette della sera. Di tratto in tratto dai banchi di sabbia verdeggianti per le alghe, si levava un qualche uccello marino, e si alzava sbattendo le bianche penne, e poi discendeva in graziosissime curve con l'ali stese ed immobili, sfiorando l'acqua, o immergendosi un istante per cogliere di passaggio la preda.