Qualche battello peschereccio raccoglieva o gettava le reti, o scioglieva le vele pel ritorno. Le brune gondolette passavano davanti la lenta peota. I gondolieri e i pescatori cantavano, tutto respirava la pace e il contento, tutto presentava alla vista un aspetto singolare e fantastico.

Da lungi fra i vapori trasparenti e dorati della sera vedevasi Venezia come una sposa avvolta nel velo nuziale, circondata da una aureola di luce divina. Il sole cadente s'immergeva nelle acque che parevano fiammeggianti di liquido oro sopra strati di porpora. A poco a poco si distinguevano le gugliette, i campanili, le cupole e le case, confuse fra gli alberi e le antenne delle navi. Gli ultimi raggi del sole battenti sopra l'ampie invetriate dei lontani palazzi pareva che mandassero in fuoco quelle principesche dimore. La calda luce del crepuscolo non era ancora scomparsa, che dalla parte opposta si levava la luna, e le prime stelle brillavano in cielo, come fosse convenuto fra gli astri di darsi il cambio sull'eccelso diadema della regina del mare. A poco a poco sorgeva la notte serena, e involgeva nel suo bruno mantello la misteriosa città.

Entrarono in Venezia, attraversando il Canal grande, e sbarcarono al molo della Piazzetta: la luna sbatteva i suoi raggi sul palazzo ducale, e riproduceva sui muri del fondo le agili colonnette e i trafori. La basilica di San Marco appariva indistinta fra molteplici gruppi di colonne di marmo sostenenti archi di mosaici di oro, incoronati di cupole lucenti. La doppia fila d'arcate che fiancheggiano la piazza, i sovrapposti palazzi, le gigantesche colonne della piazzetta, i leggiadri stendardi, tutto quell'insieme vario ed artistico, grandioso e imponente, sembrava ai giovani viaggiatori una sublime visione.

Penetravano in Venezia come nel regno dei sogni soavi; le loro forze giovanili misuravano dei lunghi anni felici, le loro speranze dipingevano sulla facile fantasia una serie di gioje recondite; e la gloria possibile fra le meraviglie delle arti e della natura!

Ma chi erano quei due giovani viaggiatori, così ardenti d'entusiasmo e di genio? — Uno si chiamava Vittore Valdrigo, e l'altro Antonio Canova.

II.

Il giorno di tatti i Santi del 1757, la natura melanconica si apparecchiava all'inverno, le foglie cadevano dagli alberi, l'erbe ingiallivano. Nel piccolo villaggio di Possagno, i paesani si recavano nella vecchia parrocchia di San Teonisto per ascoltare la messa. Niente indicava un avvenimento rimarchevole pel modesto paesello, nè il reverendo parroco che battezzava un neonato s'immaginava che il nome impostogli al sacro fonte avrebbe fra pochi anni meritate le lodi di tutto il mondo civile, e sarebbe divenuto la provvidenza del paese nativo, cosicchè il buon sacerdote aprendo colla solita tranquillità i registri parrocchiali, vi iscriveva colla massima indifferenza sotto agli altri poveri nomi, il nome che doveva diventare famoso di Antonio Canova, figlio legittimo di Pietro Canova di Possagno e di Angela Zardo di Crespano.

Finita la cerimonia, il prezioso fanciullo veniva trasportato a casa senza altre solennità, e colà pochi parenti ed amici celebravano tranquillamente la sua nascita rompendo dei biscotti e assaporando alcuni bicchieri di vino. E chi poteva leggere nel libro dell'avvenire? Generalmente le madri coltivano i sogni più ridenti sulla culla dei loro bambini; Angela Zardo avrà essa pure fatti i suoi sogni, ma questa volta erano certo al di sotto della realtà.

La sua fantasia si sarà limitata alle comuni speranze, e se una voce arcana le avesse profetizzato i grandi destini del figlio, essa non avrebbe creduto alla profezia. Eppure egli doveva dar vita ad una serie gloriosa di candide divinità, innalzare colossali mausolei a pontefici e a principi, riprodurre col marmo i più illustri personaggi del suo tempo, scolpire le statue di futuri eroi e di graziose principesse, e con parte del denaro ricavato innalzare un tempio greco sui colli di Possagno in luogo della povera chiesuola nella quale era stato battezzato.

E chi poteva annunziare agli abitanti di Carrara che era nato un fanciullo a Possagno che fra pochi anni avrebbe cavato dal marmo delle loro cave una Psiche celeste, un gruppo delle Grazie veramente divino, e un drappello di altre bellezze molli e quasi palpitanti di vita? E pensare che un colpo d'aria, o qualunque minimo accidente sarebbe bastato per spegnere quella vita, e togliere al mondo il lavoro di quelle mani portentose che doveano secondare con tanta maestria le creazioni del genio!...