I dettami della ragione, e i diritti dianzi incontrastati, ma finalmente analizzati con fina critica e anatomizzati con implacabile verità scotevano dalle fondamenta le leggi avite. I frizzi, i sarcasmi scemavano il prestigio delle antiche istituzioni, i diritti dei nobili e i doveri dei plebei si confondevano nei diritti dell'uomo, e uno scetticismo spietato surrogava la venerazione d'ogni autorità.

Alle ragioni dei filosofi si associavano le querele e le accuse dei malcontenti i quali si reclutavano fra gli ambiziosi delusi, fra gl'invidiosi, fra i rovinati dal giuoco o da cattive speculazioni, e che speravano rifarsi disfacendo gli altri e sovvertendo l'ordine, per abusare del disordine. Infatti tutte le umane passioni apportavano il loro contingente alle idee di riforma, nate nelle menti sublimi d'uomini immortali, secondate dai piccoli cervelli, dalle torbide aspirazioni, dai minuti interessi di volgari litiganti.

L'amore deluso spinse Valdrigo nella corrente, trascinato in buona fede dalle apparenze d'una filantropia che incominciava da sè, e d'una politica che allo scopo di sopprimere i disordini, voleva immergere il mondo nel caos per rifarlo. Frammischiandosi ai malcontenti e facendo lega con loro, il giovane artista trovò facile adito nei conciliaboli segreti, e a poco a poco guadagnando terreno meritò la stima e la confidenza dei compagni che gli proposero d'iniziarlo nella vasta associazione dei Franchi-Muratori.

Avendo accettato con giubilo la proposta venne iniziato alla setta con tutti i misteri allora usati. La loggia dei Franchi-Muratori si era stabilita a Venezia in una casa posta nella deserta contrada di San Simeone grande, in un sito appellato Rio Marin, di proprietà del procurator di San Marco Contarini, allogata a pigione ad un Colombo[6].

Una notte Vittore Valdrigo fu introdotto in tale casa da due amici, che dopo attraversata la camera detta delle riflessioni, lo fecero entrare nel Tempio, locale bujo colle pareti tappezzate di panno nero. Nel mezzo sorgeva un trono coperto di drappo turchino guernito di trine d'oro; e vedevasi uno specchio con cortina di velo ceruleo, che ad aurei caratteri aveva a trapunto la seguente iscrizione: Se avete un vero desiderio, se avete coraggio ed intelligenza, tirate questa cortina ed apprendete a conoscervi. — Un lettuccio coperto di nera tela sopra cui stava impressa una croce bianca e rossa ed un ramo d'ulivo; tre gradini con vari candelabri; una piramide; un quadro a chiaroscuro rappresentante un sasso ed una squadra col motto: Dirigit obliqua; altro quadro nel quale era dipinta una nave trabalzata da burrasca colla sentenza: In silentio et spe fortitudo nostra; un terzo quadro colle immagini di una colonna a spira e di una squadra, leggendovisi sotto: In præsenti modo adhuc stat; la statua di Cupido cogli occhi bendati, e da ultimo un telaio con una pelle tesa dipinta a geroglifici, standovi appeso un maglio per batterla a guisa di tamburo. Quivi gli bendarono gli occhi e lo accompagnarono nella sala vicina che si chiamava la Loggia. Colà fattolo sedere in una scranna a braccioli gli dissero che qualora udisse tre colpi si sbendasse. Appena uditi i tre colpi si tolse la benda e si trovò dirimpetto ad una tavola coperta da un bruno tappeto sopra cui stavano un teschio, un lumicino, e la iscrizione: Pensaci bene. Pendevano intorno ai muri cazzuole e martelline dorate, spade con elsa d'argento e di acciajo, stili, fazzoletti bianchi macchiati di sangue, ossarii, anfore e altri oggetti bizzarri.

Poco dopo entrarono alcuni individui coperti di lunghe vesti nere col bavero turchino orlato di bianco, alle cui estremità risaltavano una piccola squadra e due spadine incrociate di metallo dorato. Erano le cariche della Loggia: il Venerabile, il Vigilante, il Fratello terribile, il Maestro delle cerimonie, il Tesoriere, l'Elemosiniere, il Segretario, e il Grande Esperto; il quale fattosi innanzi al candidato gli disse: — Udite le massime principali dei Liberi Muratori, e i tremendi castighi inflitti ai traditori, — e con voce lenta e grave, in mezzo al generale silenzio pronunciò queste parole: — «Dio ha creato l'uomo in libertà naturale e pienissima, siamo quindi tutti eguali. La libertà non si restringe senza grave ingiuria verso Colui che a tutti la diede. Per questa pienissima libertà naturale a noi tutti così benignamente impartita, Dio s'appaga dell'omaggio degli atti interiori, e non cura le esterne cerimonie. A Lui solo spetta il dominio assoluto della terra ove pose l'uomo il quale violando la libertà naturale della creatura, insulta il Creatore. Ora la Maestà suprema di Dio è stata lesa, e l'umana libertà poco meno che distrutta dalla malvagità degli usurpatori del diritto comune, che con colpevole violenza assunsero gli attributi dell'Essere Supremo, e dominarono sulla ignoranza degli uomini, i quali permisero tale usurpazione a proprio danno, e ad oltraggio della giustizia di Dio! È dunque grande e nobile impresa, e degna d'uomini onorati ed onesti quella di togliere l'umanità dalle tenebre dell'ignoranza e dalle pressure della tirannide, è un sacro dovere l'armarsi contro gl'infami usurpatori, ed anche ucciderli essendo rei d'usurpazione verso i diritti degli uomini e la divina podestà! Nè cotanto nobile e generosa impresa viene interdetta all'ebreo, al protestante, al cattolico, al maomettano o a qualsiasi setta, avvegnachè a tutti interessi altamente l'umana libertà e la divina potenza! Ardua però e tremenda è l'impresa, dovendosi lottare con forze organizzate e possenti, laonde si rende necessaria la scelta d'uomini di solida tempra, di spirito forte ed ardito. Il segreto deve essere inviolabile, pena la morte! piuttosto che svelare l'arcano e tradire la nostra società, il fratello deve lasciarsi estirpare le viscere e svellere il cuore dal petto senza proferire un accento; chi non si sente forte abbastanza per giurare sulla sua anima di conservare il silenzio anche a queste condizioni, si alzi, e si allontani...»

Valdrigo rimase fermo al suo posto. Allora il Fratello terribile snudandogli un braccio ed una gamba, e bendatolo di nuovo lo condusse in altra stanza. Colà gli venne chiesto il nome, il cognome, il padre, la patria, la professione, e gli annunziarono un salasso e delle botte di fuoco. Valdrigo rimase imperterrito, e non gli fecero niente. Allora una voce profonda gli chiese cosa volesse, ed egli rispose — la luce — che così gli avevano prima insegnato. Allora toltagli nuovamente la benda si vide in faccia d'una fiamma, circondato da spade colle punte rivolte verso il suo petto, e la solita voce gli diceva: — In qualunque tempo della vita sarete difeso — e avanzatosi d'un passo gli venne ordinato di appoggiare una mano sul vangelo aperto sopra un tavolo, e di giurare obbedienza e fedeltà. Dopo di che chiamandolo fratello e baciandolo in volto gl'indicarono i toccamenti o segnali per conoscere i soci, che consistevano nel mettersi una mano sotto la gola; o colla mano sinistra prendere l'indice della destra e dargli col pollice tre colpi. Gl'insegnarono inoltre una parola d'ordine, e il modo di servirsene. Finite le cerimonie si sedettero ad un banchetto fraterno ed alla parola — mano all'arme — fuoco — bevettero porgendo un brindisi al fratello principe di Brunswich, alla madre Loggia di Londra, e ai fratelli di Venezia![7]

Valdrigo dopo quel giorno prese parte esattamente a tutti i segreti convegni della setta, ed ebbe libri e comunicazioni importanti sui movimenti della rivoluzione francese. Le notizie estere venivano raccolte da viaggiatori espressamente spediti, i quali talvolta appartenevano alle classi sociali più elevate. Angelo Quirini che sedeva in Senato faceva parte della Loggia, e visitò i confratelli della Svizzera e di alcune città della Francia, e venne accolto ed ospitato a Ferney da Voltaire. Altri viaggi in varie parti d'Italia, in Germania ed in Svizzera vennero fatti dai due Liberi Muratori Sebastiano Grotta e Francesco Battagia, ragguardevolissimi patrizii, e i gran Maestri e graduati convennero in una Dieta Generale Massonica aperta a Wilhemsbad nel granducato di Assia-Darmstadt[8].

Nelle riunioni dei Franchi Muratori Valdrigo riconobbe con sorpresa molti veneti patrizii che aveva veduti in casa Orseolo, e che erano stimati solidi sostegni del Governo e degli abusi prevalsi. Fra questi egli notava Girolamo Giustinian, Bernardo e Lorenzo Memmo, Alvise Pisani, Morosini, Soranzo, Falier Erizzo, Andrea Tron e Giovanni Pindemonte. V'erano tre parrochi, quello di San Michele Arcangelo, di San Maurizio, e di San Giovanni Crisostomo, e perfino un Gesuita Agostino, Signoretti[9].

Strinse particolare amicizia coi due fratelli Giuseppe ed Alessandro Albrizzi, distinti amatori di belle arti, e quindi legati d'intimità coi migliori artisti di Venezia.