Le cose erano a questo punto quando un giorno giunse Beppo da Venezia all'improvviso. La cucina della Marta non gli andava troppo a sangue, la buona vecchia gli aveva bruciata una frittura di sogliole, la casa era in disordine, ed egli richiedeva sua sorella. Non ci fu caso di protrarre il soggiorno della ragazza, Beppo doveva partire per la pesca, la nonna Marta era sorda, e non si fidava di lasciarla sola a Venezia. Maddalena dovette cedere, e lasciò i buoni coloni con dirotte lagrime; essa sarebbe rimasta per sempre in quel beato soggiorno, Rosa la baciò colla tenerezza d'una madre, la consolò con future speranze, e la congedò colle dolci parole: — A rivederci presto.
Partì con Beppo, ma il suo cuore rimase a Saltore; l'ultimo sguardo dato a Valdrigo avrebbe commosso una pietra: Vittore pensava fra sè: — Potessi almeno rivedere Silvia, e disse ad alta voce alla fanciulla: — Addio, buona Maddalena, a rivederci fra pochi giorni a Venezia, che qui non ci posso più stare.
Queste parole, che essa interpretava a suo modo, furono la sola consolazione della fanciulla durante il suo viaggio, nel quale si sforzò a gran fatica di reprimere le lagrime e di soffocare i singhiozzi.
XXIII.
L'aria pura ed elastica che spira dalle montagne e dal Piave ristabilì in breve tempo la salute di Valdrigo, che ritornò a Venezia sano di corpo, ma con l'anima lacerata dall'amore e dall'odio. Nel tempo che visse in casa Orseolo ebbe agio di conoscere le depravate abitudini d'una molle nobiltà che decaduta dall'antico splendore aveva deposte le armi, e s'era data al far nulla ed al vizio. Questa classe infiacchita dominava la repubblica, comandava a Venezia con un orgoglio proporzionato alle glorie passate, e teneva il popolo a vile come una razza inferiore di sangue plebeo, condannata a servire. L'oltraggio sofferto in casa Orseolo e l'amore infelice avevano inasprito il cuore di Valdrigo, e la sua mente esaltata esagerava l'ingiustizia dei privilegi e i difetti del governo. Egli andava quindi meditando il modo più opportuno d'umiliare la superbia dei nobili, di ristabilire i diritti del popolo, di demolire i pregiudizi, di emancipare la patria dal dominio d'una aristocrazia orgogliosa e decrepita. Succede troppo spesso negli Stati che le passioni politiche si alimentano di privati rancori, e gli odii diventano spietati perchè confondono il bene della patria colla brama di particolari vendette. Ogni congiura rappresenta un bisogno, ogni bisogno si accompagna ad interessi, nei quali talora le speranze dell'individuo prevalgono alla fede del cittadino. Così nessun Governo potendo soddisfare ogni suddito, ogni Stato ha i suoi malcontenti che mormorano, pronti a denigrare le migliori intenzioni, attenti ad esagerare ogni fallo, ad avvalorare ogni sospetto, a spargere false notizie, ad attizzare le passioni.
Il popolo di Venezia era semplice e tranquillo, soddisfatto nei bisogni e nei gusti della vita, lusingato da sempre nuovi passatempi, orgoglioso delle glorie d'una patria ammirata da tutti, egli amava e rispettava il suo governo, e giudicava le ineguaglianze sociali come un destino inappellabile, una eterna necessità, una volontà della divina provvidenza.
Soltanto alcune menti filosofiche che meditavano i progressi sociali e osservavano i sistemi invecchiati, e con occhio perspicace ne scoprivano i difetti, prevedevano gli inevitabili mutamenti del tempo.
Il movimento della Francia, non ostante le precauzioni del Governo per tenerlo segreto, penetrava in Venezia, come la luce del mattino entra in una stanza per gli spiragli delle imposte chiuse e delle cortine distese.
I filosofi francesi avevano i loro seguaci nella repubblica, e le nuove dottrine battevano in breccia l'edifizio diroccato dai secoli e guasto dagli abusi.
Si temeva ancora la severità del Governo, ma nel segreto del gabinetto si divoravano i libri che venivano dalla Senna, tradotti nella Svizzera e in Olanda.