Così passarono dei mesi, e il tempo, che distrugge gl'imperi e le nazioni, esercitava la sua lenta ma inevitabile potenza anche sul cuore di Silvia. Il tempo scema ogni dolore e medica ogni piaga, ed ogni malato deve sottomettersi al supremo destino di guarire o morire. Silvia non guarì interamente, ma la piaga divenne cicatrice segnando un solco profondo e incancellabile.

Intanto il conte Leoni, terminata la lunga missione diplomatica che lo teneva lontano da Venezia, ritornò in patria, si presentò alla futura sposa, e vennero fissate le nozze. Quest'uomo era immerso nella politica segreta, e nei raggiri diplomatici di quei tempi minacciosi. Conservatore per educazione e per nascita, apparteneva a quel partito che non voleva transigere colle novità della Francia, e giudicava un pericolo la minima concessione. Passava quindi per implacabile nemico d'ogni più ragionevole riforma, ed era odiato dai partigiani della libertà, e dalle sètte che volevano abbattere i privilegi e proclamar l'eguaglianza. Di ricco censo, avvezzo al lusso delle Corti e splendido per le avite tradizioni, egli presentò alla sposa i doni nuziali colla prodigalità d'un principe, e gli Orseolo avevano apparecchiata una dote degna dell'illustre prosapia, gareggiando collo sposo nella sontuosità degli arredi e delle gemme; di modo che il proemio al matrimonio non fu per Silvia che una lunga tortura di sartore e modiste che le provavano le vesti, e spiegavano davanti ai suoi sguardi le magnificenze delle arti, che più solleticavano la vista. I preziosi smanigli, le filze di perle, i diademi di brillanti, gli abbigliamenti di broccato, i rasi ricamati, gli sciamiti di seta doppia trapunta d'oro, i pizzi e i veli trasparenti e leggiadri per vaghezza di disegno, i nastri, le nappe, le pelliccie, ed una varietà innumerevole di pannilini d'ogni foggia e d'ogni uso.

Il dire che Silvia rimanesse indifferente davanti a tante meraviglie, non sarebbe l'espressione del vero, che anzi assorta nella contemplazione di tali accessorii, essa dimenticava il principale.

Cosicchè il giorno delle nozze giunse come improvviso, e la pompa solenne parve un sogno alla fanciulla sbigottita dagli omaggi delle matrone e dei patrizii, e sbalordita dalle cerimonie religiose e domestiche. Alla consacrazione davanti l'altare succedettero senza posa i rinfreschi, il banchetto, le danze, la musica, e la sua mente vacillava confusa fra il bagliore delle faci, il fruscio delle vesti, il bisbiglio misterioso e confuso della folla elegante.

All'indomani della festa, un'infelice di più imprecava alla amara sorte riservata alla nobiltà ed alla ricchezza, e invidiava i modesti sponsali del popolo consigliati da reciproche attrattive e consolati da un amore concorde.

Ma il popolo alla sua volta, mancando spesso del necessario, invidiava il superfluo dei nobili e così pochi erano contenti. Questa è la sorte comune della società, e ancora non si è trovato un sistema di governo che renda tutti felici, e crediamo non si troverà così presto; quindi la rassegnazione è stata sempre e sarà ancora per lunga pezza una delle più belle ed utili virtù.

Silvia, che certo non mancava del superfluo, fra il quale considerava anche l'epitalamio di Don Lio, si trovava priva del necessario, che per lei era un cuor giovane e amoroso che rispondesse a' suoi sentimenti. Legata per legge divina ed umana ai destini d'un estraneo al suo affetto, essa soffriva il matrimonio come una malattia della sua razza e ne cercava qualche rimedio adottando francamente la vita di Venezia che moltiplicando le veglie, i piaceri e le feste, teneva lontani i mariti, e liberava le mogli dalle loro noiose assiduità, giudicate ridicole dai costumi eleganti, e assolutamente proscritte dalla società dei patrizii e rilegate tra le abitudini volgari del popolo.

Così essa trovava la libertà nei legami del matrimonio, tanto è vero che le leggi che si allontanano dai dettami di natura non ottengono lo scopo che si propongono, e si conservano apparenti nella forma, ma illusorie nel fondo. Di tale libertà però Silvia non abusava, chè se i tempi corrotti autorizzavano e rendevano facili gl'intrighi, l'amor vero non ha mai congiurato contro l'onore per deliberazione spontanea, ed è rimasto sempre il guardiano del pudore e della virtù. Chi ama non ardisce, e chi ardisce non ama, disse un sapiente scrittore, e appunto Silvia amava, e non ardiva confessarlo a sè stessa. Però schiava del dovere e dell'onestà, non poteva nè voleva raffrenare la libertà del pensiero, il quale correva senza ostacoli alle memorie del passato, e nelle ore di solitudine vagava in traccia d'un'anima sorella nel dolore e nelle aspirazioni, del pari solinga e abbandonata dall'avverso destino!... Infatti Silvia pensava sovente a Valdrigo.

XXV.

Esistono forse dei rapporti arcani, e una voce misteriosa che metta in comunicazione due anime unite dalla simpatia e allontanate dal destino?... Questo è ancora un problema oscuro, ma sembra che il fenomeno esista, e se la scienza non ha saputo fino ad ora spiegarlo, l'empirismo degli amanti ci crede. Si raccontano su questo rapporto dei casi strani e meravigliosi di sensazioni lontane ma unisone, di presentimenti profetici, e si narrano storie bizzarre di fatti creduti sovrumani che nel Medio Evo si attribuivano alle streghe, e ai tempi presenti si dichiarano effetti del magnetismo animale.