Tutto era perduto!... Mancava la forza per resistere e il genio per governare; dovevasi aprire la porla alla libertà, e chiuderla in faccia agli stranieri. Hanno fatto tutto al contrario!...
Il giorno 12 maggio 1797 fu l'ultimo per la repubblica che da Paolo Lucio Anafesto a Lodovico Manin visse quattordici secoli indipendente e gloriosa!
Una colonia di famiglie sfuggite alle stragi dei barbari venne a piantare le sue tende sulle isolette deserte della laguna. Povera, ma laboriosa fabbricò le sue piccole dimore di legno, e le modeste barchette necessarie alla sussistenza dei pochi abitanti.
Crebbe a poco a poco col traffico, abbellì la sua modesta dimora col frutto degli onesti guadagni. Aumentata la popolazione e la ricchezza, ampliò le case fino a che giunse a fabbricarle coi marmi dell'Oriente, ad abbellirle colle statue della antica Grecia; le barchette pescareccie diventarono forti navigli, che percorsero i mari, e tornarono in patria onusti di tesori e di gloria. Dapprima marinaia, commerciante e guerriera, fu poi madre e nutrice di sapienza e d'arti gentili.
Ma l'acquisto di Cipro le apportò colla ricchezza l'amore della voluttà, le morbidezze di corrotti costumi; la scoperta d'America le fu fatale al commercio. Giunta all'apogeo della fortuna s'arrestò a godere la conquistata grandezza.
Ma chi s'arresta è sorpassato da chi avanza. Venezia cinta del gemmato diadema si adagiò mollemente sul manto ducale, e immersa in voluttuosi pensieri mentre il leone ammansato dormiva ricevette gli omaggi del mondo che ammirava lo splendore della sua bellezza. Nei giorni del pericolo la sua spada irrugginita e il braccio infiacchito rifiutarono il loro uffizio, essa non aveva più forze, il suo leone non aveva più ruggiti. Allora fidente nella costanza della fortuna e nel prestigio de' suoi vezzi, si cinse di fiori, e assopita dal dolce far niente, chiuse gli occhi... — Quando li riaperse lo scettro e il diadema erano scomparsi, i fiori s'erano mutati in catene, il leone, ferito nel cuore, spirava... Fece uno sforzo per difendersi, ma troppo tardi!... la regina era divenuta una schiava...
XXXVI.
L'ultimo giorno della repubblica, caduto l'antico governo avanti che il nuovo regime entrasse in funzione, Venezia fu in preda all'anarchia. Il popolo sommosso commise violenze e saccheggi guidato da alcuni capi frenetici ed avidi di bottino, che eccitavano gli animi con declamazioni violente, e si trascinavano dietro una folla esaltata da tutte le passioni sfrenate.
Si apersero le carceri, e Valdrigo si trovò liberato al grido di viva la libertà e l'eguaglianza! e sceso in piazza fra il popolo agitato, apprese la caduta della repubblica. I diversi partiti minacciavano la guerra civile, e gli scaltri birboni si studiavano di approfittarne gridando ora viva san Marco, ora viva la libertà, tanto da fomentare le discordie, la confusione e le ire. Alcuni cialtroni indemoniati calunniando i vinti provocavano le vendette per trarne il loro vantaggio, e si mettevano alla testa delle orde furibonde per guidarle al saccheggio.
Al grido — morte all'aristocratico Leoni, morte al nemico del popolo, — Valdrigo che si era incamminato verso la sua dimora si arrestò commosso dall'indignazione e dal raccapriccio, e mutata strada seguì la ciurmaglia scapestrata che correva armata di picche e di fucili ad assalire il palazzo.