Silvia intenerita da tanta annegazione, pensò: — lo ama più di me! — e stesa la mano alla fanciulla, volle tener stretta la destra di lei in atto di perdono e di simpatia, e le disse con sincera espressione:
— Siete una buona fanciulla... e il cielo vi proteggerà...
Questa specie di capitolazione istantanea stravolse i pensieri della povera Maddalena, che non trovando più la forza di frenare le sue emozioni proruppe in singhiozzi affannosi, ed in lagrime abbondanti.
Silvia avvicinatasi alla fanciulla la consolava con dolci parole, e Maddalena sempre più intenerita, le ripeteva fra i singhiozzi e le lagrime: — Salvatelo... salvatelo ad ogni costo... voi sola potete salvarlo.
Così fra le varie e strazianti commozioni rimasero lunga ora, piangendo insieme, pregando e promettendo a vicenda, sperando, e sospirando quando un domestico venne ad annunziare alla signora che Sua Eccellenza il conte Orseolo la aspettava nel gabinetto del conte Leoni per una comunicazione importante.
Silvia si levò, e congedandosi dalle donne, disse loro: — Consolatevi, mio padre deve essere andato alla legazione francese per parlare in favore di Vittore... Ahimè! pur troppo il Serenissimo Doge, l'Eccellentissimo Senato, e tutti i Magistrati della Repubblica, sono oramai i vassalli della Francia nostra nemica, e dipendono dalla sua possente volontà... a rivederci un'altra volta... Rosa, sperate... e voi pure, Maddalena... un giorno sarete forse felice... ed io vi prometto di cooperare alla vostra felicità, perchè sento che la meritate... e ne avete più diritto di... di altre persone. — Voleva dire più di me, ma corresse la frase prima di pronunciarla.
XXXV.
Quando un paese subisce gli ordini degli stranieri, l'ora della sua morte è vicina. La neutralità disarmata, cioè il dolce far niente, abbandonava Venezia inerme in balìa dei francesi. Spento l'antico valore nei baccanali, e ammollite le fibre dei cittadini nella lunga pace, nelle abitudini effeminate, nei piaceri d'una vita dilettosa, l'indolenza aveva preso il posto dell'operosità, e la paura succedeva al coraggio. I tempi delle guerre di Costantinopoli, Candia, Cipro e Morea erano tramontati per sempre. Colla morte d'Angelo Emo erano spenti gli eroi della tempra di Enrico Dandolo, di Vittor Pisani, di Carlo Zeno, di Francesco Morosini. La vecchiaia aveva rimbambito la Repubblica, le altere minaccie che avrebbero animato gli antichi alla lotta, facevano piangere l'ultimo Doge. Spento ogni vigore di governo, la città si divideva in partiti.
I sostenitori delle antiche leggi e degli aviti costumi, si stempravano in lamenti imbelli e odiavano i francesi; ma alle armi che invadevano lo Stato, rispondevano con impotenti proteste. I partigiani entusiasti delle nuove idee spingevano la patria alla rovina, colla stolta fidanza di trovare la libertà nella perdita della indipendenza. Fra questi estremi in lotta si agitava il partito che si solleva in tutte le rivoluzioni, come la schiuma nel mare burrascoso, e barcheggiando fra gli uni e gli altri, cerca di cavarne il denaro, e gli onori.
Il governo mandava deputati a Bonaparte vincitore, il quale rispondeva: — «Io sarò un Attila per lo Stato Veneto. Non voglio più Senato, non voglio più inquisizione. Verrò io a rompere i piombi, barbarie dei tempi antichi... le opinioni devono essere libere!» —