Ai primi colpi, spaventati o colpiti, vollero fuggire, ma poi rianimati dai compagni che udito il tafferuglio erano corsi in aiuto, e resi audaci dall'isolamento dell'assalitore, gli si scagliarono contro coi coltelli.
Mentre ferveva la lotta, alcuni cittadini, armati in fretta per ristabilire l'ordine turbato, seguiti dai buoni arsenalotti e da un drappello di bombardieri accorrevano al palazzo Leoni per frenare il furore del popolo. All'intervento della forza regolare i saccheggiatori sgombrarono dal luogo, abbandonando Valdrigo disteso sul pavimento della galleria, privo di sensi ed innondato di sangue.
XXXVII.
Rosa e Maddalena, appena udita la liberazione dei prigionieri, erano accorse verso le carceri per incontrare Valdrigo. Giunte in Piazzetta, lo cercarono inutilmente fra la folla, ed avendo inteso parlare d'una ciurma minacciosa che s'era indirizzata al palazzo Leoni, congetturarono tosto che si fosse recato colà per prestare la mano alla difesa. Vi giunsero qualche tempo dopo l'arrivo de' soldati, mentre un medico assistito da qualche altra persona, collocava Valdrigo sopra un letto, apportato nella stessa galleria, non giudicando prudente di trasportare il ferito. È più facile immaginare che descrivere la loro desolazione, però la necessità del momento le obbligò a soffocare ogni dolore per darsi all'assistenza del povero giovane, che aperti gli occhi parve consolarsi della vista della madre e della fanciulla, come della apparizione di due angeli discesi dal cielo in suo ajuto.
Ripararono alla meglio il disordine del locale in parte saccheggiato, in parte guasto dalle fiamme, in parte ancora adorno di stupendi dipinti.
Essendo infrante le invetriate, chiusero le finestre colle porte degli appartamenti vicini, e con dei frammenti di tappeti, lacerati dagli invasori, cercarono d'impedire l'ingresso dell'aria. Il chirurgo medicando le gravi ferite scuoteva il capo in alto di sfiducia; Rosa e Maddalena gli prestavano la più affettuosa assistenza. Alcuni cordiali opportunamente somministrati parvero giovare alquanto al malato, e la speranza ravvivò lo spirito affranto delle povere donne.
Sulla sera, Silvia accompagnata dai suoi parenti dai quali s'era ricoverata nel momento del pericolo, rientrò nel suo palazzo scompigliato dal saccheggio, attristato dalle lagrime e dal sangue, e accorse subito a visitare il ferito che alla sua vista atteggiò il pallido volto ad un mesto sorriso, che pareva volesse esprimere il seguente pensiero:
— Sono lieto di morire, perchè non sono stato degno di vivere....
Silvia pensando con raccapriccio al passato, ai pericoli incorsi nella sua vita, ed alla tremenda catastrofe del giorno, osservava con pietoso sentimento lo sguardo eloquente di Vittore, e pareva che gli rispondesse col muto linguaggio dell'anima:
— Tutto svanisce nella mia vita!... il primo, l'unico amore! — la gioventù — la speranza di giorni migliori — la patria e le glorie degli avi, calpestate dal furore del popolo.... non ho serbato che una cosa sola, la virtù!... essa mi darà la forza di sopportare ogni disgrazia, e di aspettare senza rimorsi.... il giorno del riposo.... l'eternità!