Alla notte le tre donne si chiusero nella galleria, e vegliarono intorno al letto dell'infermo, rischiarate da una lampada che mandava una languida luce su quella scena di dolore.
Valdrigo con l'occhio del moribondo guardava ora l'uno ora l'altro di quei volti che assistevano con tanta pietà alle sue pene. Gli si leggevano i pensieri sui lineamenti sparuti, agitati a seconda delle sensazioni.
Fissava la Rosa con un'espressione d'affanno. La madre gli ricordava la famiglia, le gioje innocenti dell'infanzia, la pace serena dei campi illuminati dal sole, l'alito della vita che moveva le piante e gli animali con un fremito arcano, sottomessa alla sublime volontà della natura. Rivolto a Silvia, l'occhio semispento si animava d'una scintilla, le labbra tremolavano d'un fremito convulso. Essa gli rappresentava l'amore sublime, l'aspirazione perenne della sua anima verso una felicità inarrivabile, il pensiero animatore della sua esistenza. Guardando la Maddalena egli volgeva la testa verso il quadro distrutto, ed una lagrima inumidiva le sue ciglia. Essa era stata per lui il tipo perfetto dell'arte, il modello de' suoi studi, la causa del suo trionfo d'artista. — Tutto era perduto!... Le gioje della vita, la felicità dell'amore, le glorie dell'arte!...
Il moribondo chiudeva gli occhi, e il rantolo dell'agonia gli opprimeva il respiro. — Allora forse un rimorso gli mordeva la coscienza e amareggiava i suoi ultimi istanti. — L'apatia, l'indolenza, l'inerzia avevano dominata la sua vita e soggiogato il suo genio! — La natura lo aveva dotato di rari doni, egli li aveva sprecati. Nell'arte voleva raggiungere la perfezione, nell'amore aspirava all'impossibile, della vita non coltivava che le chimere ed i sogni!...
La contemplazione inoperosa, il dolce far niente, gli rendeva amara la morte, il pensiero di non avere recato alcun vantaggio colla sua esistenza, di non lasciare veruna traccia del suo passaggio sulla terra, era il tormento della sua ultima ora. Alla mattina aperse gli occhi, e quando il sole salutava i campi coi primi suoi raggi, egli coll'estremo anelito della vita proferiva queste parole che riassumevano il suo destino: — Ho aspirato a cose troppo sublimi! — e abbandonato il capo sull'origliere, spirava.
XXXVIII.
La bruna gondoletta che menava all'estrema dimora Vittore Valdrigo tracciava un solco nella laguna, che appena aperto svaniva senza lasciare veruna traccia del suo passaggio. Tale fu la vita di lui, tale è l'esistenza di chi perde i giorni nell'ozio, e spreca le ore in vuoti vaneggiamenti e in chimere. Ciascheduno deve il suo tributo alla società in ragione delle sue forze. Il dolce far niente è la rovina degli individui, delle famiglie, e degli Stati.
Nel giorno che il giovane pittore scendeva nella tomba, lo scultore suo compagno di studi, esponeva in Roma la bella statua di Psiche, nella quale aveva trasfusa la sua anima.
La vita operosa gli fruttava onori e ricchezze. Egli visse ancora molti anni circondato dall'ammirazione del mondo, eresse sui colli del suo paesello nativo un tempio che rivela il suo amore per la patria e per l'arte, e scolpì delle statue e dei monumenti che lo ricorderanno alla più tarda posterità. Morendo lasciò i beni della fortuna alla famiglia, e trasmise all'Italia il glorioso retaggio delle sue opere e del suo nome immortale.
Villa Saltore, gennaio 1869.