Rotti e smontati tutti i cannoni, Marghera divenne un mucchio informe di rovine, ed il governo veneto ordinava di abbandonarla, e fu evacuata con indescrivibile dolore dei soldati.

In questo memorabile assedio gli Austriaci lanciarono entro Marghera 70,000 proiettili, fra palle, bombe e granate, oltre un numero sterminato di razzi, con gravissime perdite da ogni parte.

A Venezia il pane cominciava a scarseggiare e si componeva di varie farine, frumento, segala, granoturco, avena, fagiuoli, ceci, e Bortolo assicurava che vi si metteva dentro un po' di tutto, e nulla di buono. Era una pasta bruna, ingrata al palato, e di difficile digestione. La farina di granoturco veniva distribuita a razioni ed era in parte avariata. Mancavano le carni ed il pesce, i pescatori venivano bersagliati dalla flotta austriaca, e calati a fondo. La poca carne di cavallo si vendeva tre lire la libbra, un ovo venti soldi; il vino era tutto consumato, meno il così detto vino di Cipro, fabbricato dai Giacomuzzi, che si vendeva assai caro. I soli ospitali avevano del pane bianco, e della carne pel brodo, ma mancava affatto il ghiaccio indispensabile ai feriti, e la china necessaria ai febbricitanti. I soldati inzuppavano il pan nero nell'acquavite, per poterlo inghiottire con meno nausea.

Quel diavolo di Bortolo l'aveva indovinata mettendosi a fare il garzone dilettante dal pasticciere suo amico, il quale si era immaginato di fabbricare una specie di pane di lusso, assai peggiore del pane comune dei tempi ordinari, ma meno orribile di quello del giorno. Era una specie di zaleto misto, che però non conteneva le segature di legname introdotte in certi altri pani.

Bortolo otteneva sempre qualche zaleto in compenso delle sue prestazioni, ed egli se ne privava e correva a portarlo in dono alle vicine dei suoi padroni, le quali pativano realmente la fame, e si mostravano assai commosse e riconoscenti della bontà del giovane cadorino, il solo dei tre che era rimasto fedele alla loro conversazione. Dopo la ferita di Michele erano state quasi abbandonate anche da Tiziano, il quale impiegava le ore disponibili andando a far compagnia all'amico infermo, ma anche queste ore erano poche, perchè i bisogni del servizio militare diventavano sempre più pressanti, a motivo dei morti e dei feriti messi fuori di combattimento. Bortolo però otteneva dei permessi dall'autorità dei suoi capi perchè serviva gli ufficiali, e si rendeva utile ai malati colla sua assistenza, e con molte prestazioni. Egli era dunque il solo che visitava sovente le donne, con somma loro consolazione, perchè oltre dei doni preziosi, le informava delle notizie dell'assedio, e le aiutava con mille piccoli servigi, in mezzo alle angustie d'ogni fatta di quei giorni tremendi. La Gigia che quando riceveva le visite degli ufficiali lo trattava da subalterno, trovandosi abbandonata da loro, ed assistita cordialmente da lui lo trattò da eguale, e con delicati riguardi, la nonna poi era innamorata addirittura di quel bravo giovane, così serviziato, gli manifestava apertamente la sua affezione, e gli raccontava tutte le sue disgrazie. I viveri tanto cattivi erano saliti a prezzi esorbitanti, e mancando il lavoro mancava anche il denaro necessario.

Bortolo ne parlò al suo padrone, si raccomandò a Michele, e fra l'uno e l'altro coll'intervento della gentildonna Steno, informata dei bisogni urgenti delle povere donne, trovarono dei lavori, e vennero ordinate delle camicie pegli ospitali. Bortolo, lieto di giovarle, apportava le commissioni e accompagnava le donne quando andavano a riportare i lavori ed a riscuotere i denari.

Così la nonna non mancava delle cose più necessarie, la Gigia era contenta, e Bortolo esercitava sopra di loro una sorveglianza attiva, ed una specie di tutela benefica, le consigliava in tutti i loro affari, provvedeva ai loro bisogni, ed insegnava alla ragazza a cavar partito di tutto, ad essere previdente ed economa, virtù che scarseggiavano in quelle donne che avevano vissuto fino allora senza tanti pensieri, per l'abbondanza d'ogni derrata a buon mercato, ordinaria a Venezia nei tempi normali.

Allora poi che pareva ogni cosa volgesse al precipizio, le prestazioni e le assistenze del buon cadorino erano un vero beneficio per due povere donne, esposte a tutti i pericoli. E veramente Venezia aveva raggiunto il colmo delle sventure e dell'eroismo. Al blocco ed alla conseguente miseria si era aggiunto il bombardamento, ed il colera. La pioggia di fuoco era incessante, e i proiettili cadevano sulla città senza risparmiare nè gli ospitali, nè i monumenti, nè le opere d'arte insigni; e nemmeno le più sacre memorie erano rispettate dall'esercito assediante. Le bombe, le palle, gli obici colpivano i vecchi, le donne, i neonati in seno alle madri, i supplicanti inginocchiati ai piedi degli altari nel tempio, che imploravano la divina misericordia su tante disgrazie che affliggevano la patria. Il caldo eccessivo, i miasmi palustri, la fame, i cibi corrotti, i disagi d'ogni genere avevano diffuso il morbo in misura spaventosa, tanto che mancarono perfino le braccia per seppellire i morti.

Lo squallore regnava dovunque, gli abitanti scarni, scolorati, silenziosi, dovevano abbandonare le loro case esposte alle bombe, ed emigravano da un punto all'altro della città, trascinandosi dietro i bambini ed i vecchi, portando gl'infermi, mentre tuonava il cannone e le bombe cadevano sulla via, poco lontano dalla piazza di San Marco.

Taluno esclamò: — Ci trarranno dalle nostre case, ma non ci metteranno spavento. — Un cittadino, disfattogli da una palla il letto dove dormiva, se lo fece rifare e ci si ricoricò. Una fanciulla, raccolta la palla cadutale accanto, ne racconterò, disse, quando sarò vecchia. Una madre, al figliuolo che la invitava a sloggiare dalla casa in pericolo, rispose tacciandolo di viltà; ed aggiunse: qui sono nata, qui voglio morire.