Vi furono atti memorabili, abnegazioni generose, virtù ignote nella storia di quel terribile assedio; e in mezzo a tante agitazioni e a tanti scompigli, quell'eroica popolazione si conservò pura da ogni delitto fino alla fine, ma certo non mancarono quelle tristi figure che vengono a galla nella schiuma di tutte le rivoluzioni, per pescare nel torbido e suscitare disordini. Vissuti oziosi durante l'assedio, a mormorare sulle panche delle bettole e dei caffè, quando ogni ulteriore resistenza era diventata impossibile, essi censuravano acremente la fiacchezza del governo, e colle solite declamazioni eccitavano le passioni popolari, volevano la resistenza prolungata fino alla totale distruzione della città, e mandavano le turbe, esaltate dai loro discorsi, ed interessate al disordine, a urlare sotto i balconi del governo per opporsi ad ogni capitolazione.
Ma quando Manin compariva al verone del palazzo ed affidava alla guardia civica l'onore e la sicurezza di Venezia, i sovvertitori trovandosi in minoranza dovevano mettere le pive nel sacco e ritirarsi.
Il dittatore eccitava i Veneziani a non mai disperare della patria anche se dovesse soccombere pel momento, osservando riguardo all'Austria: «che male si edifica sull'abisso, e che per le nazioni il martirio è anche la redenzione.»
Il conte Ermolao era tanto convinto di queste massime che sopportò sempre con rassegnazione il suo martirio, ed era tale la sua fiducia nel capo del governo, nella milizia, e nella guardia civica, che non trovò mai necessario di accettare nessuna carica, e si astenne sempre con eroica risoluzione dall'afferrare un fucile sia per la difesa contro il nemico, sia per conservare l'ordine interno, il quale egli trovava tanto bene affidato alla guardia civica che trovava affatto superfluo di farne parte, lasciandole anche con piena fiducia l'incarico di custodire le sue proprietà, e tutta la sua fortuna.
Anche per evitare il pericolo del coléra egli assicurò che bastava starsene in casa per fuggire il contagio, e la sua perspicace prudenza avendogli consigliato di rispettare un vecchio deposito di bottiglie, dimenticate in un armadio ignoto a tutti i suoi famigliari, e perfino a sua moglie, che avrebbe potuto abusarne per la sua mania delle ambulanze, egli ne faceva uso, moderato, ma giornaliero, inzuppandovi qualche biscottino inglese conservato in scattole di latta, messe da parte nei primi tempi del blocco; e rompeva l'aria infetta dall'epidemia fumando dei buoni sigari d'avana, acquistati per amore di patria, quando non si dovevano fumare i sigari dell'appalto austriaco, e poi tenuti di riserva in un cassettone della sua camera, per offrirne agli amici... se le condizioni di Venezia non lo avessero privato anche di questo piacere.
Ma i veneziani che non avevano saputo imitare la previdenza del conte Ermolao, avevano tutto consumato; ridotti senza munizioni e senza pane, uccisi dalle palle, dalle febbri, dal coléra, vedendo che le case bruciavano, e che sarebbero morti tutti di fame si risolsero a malincuore a capitolare, dopo 14 mesi d'assedio e 24 giorni d'incessante bombardamento.
Quegli ultimi giorni furono pieni di ansietà, di dolorosi congedi, e di lagrime. Michele, zoppicante, sostenuto da Tiziano, uscì dall'ambulanza, e ritornò al suo alloggio per disporsi alla partenza. Egli era deciso di recarsi in Piemonte, per riprendere le armi, appena ristabilito in salute. I due amici si recarono a dare il loro addio alle buone vicine e abbracciarono cordialmente la nonna, la quale dopo tante privazioni deplorava che Venezia fosse costretta di cedere, ed avrebbe acconsentito di buon animo a soffrire ancora per lungo tempo, piuttosto di dover rivedere nuovamente quei brutti ceffi croati. Anche la Gigia si mostrava afflittissima che tutto fosse finito, e assicurava i suoi vicini che quella vita agitata e piena di pericoli non le dispiaceva punto, e la preferiva al silenzio della tomba che avrebbe invaso Venezia al ritorno degli austriaci.
Bortolo colle sue economie s'era finalmente deciso di comperare gli orecchini per sua madre, e li ottenne in ribasso da un contrabbandiere che li aveva salvati dalla fusione prescritta dal governo. Poi era andato a salutare l'amico offelliere il quale gli propose di rimanere a Venezia al suo stabilimento, assicurandolo che stava per tornare il tempo dei buoni affari pel suo commercio, perchè gli austriaci sono gran consumatori di ciambelle e cialdoni, e gli promise un buon salario, colla giunta di un benefizio negli utili. Ma Bortolo non volle accettare quelle vantaggiose proposte, sembrandogli che il lavorare di ciambelle pei tedeschi fosse quasi un delitto contro la patria e contro il senso comune. Ma per non offendere l'amico giustificò il suo rifiuto dicendogli di dover seguire il padrone, che gli era stato affidato dai parenti, perchè dovesse stargli sempre vicino, ed al quale era legato d'affetto quasi fraterno. Era nato in casa Lareze, ove suo padre era morto, ove sua madre serviva ancora, e non avrebbe potuto decidersi di abbandonare quella famiglia, che considerava come la sua.
L'offelliere insistette, dicendogli che ciascheduno aveva diritto di migliorare la propria condizione, e si forzava di convincerlo della convenienza di rimanere, tanto gli piaceva quell'uomo, semplice, laborioso ed onesto, e lo vedeva partire con vera afflizione. Ma Bortolo si mostrava irremovibile, allora l'offelliere gli disse:
— Pensa che qui ti si presenta un bell'avvenire; io divento vecchio, certe fatiche non posso più sopportarle, sento gran bisogno di riposo, e se posso rifarmi delle perdite che ho subite in questi ultimi tempi, desidero di andar a morire al mio paese, nelle nostre montagne.... allora ti cederò il negozio a buoni patti.