— Hai ragione, disse Tiziano, gli scrivo subito che vado ad attenderlo a Schluderbach, per condurlo in Cadore, ove sarà accolto da tutti come un amico.
E dopo d'avergli scritto, andò inteso col padre perchè si apparecchiasse la più bella camera della casa in onore dell'ospite, non essendo possibile di alloggiarlo nell'angusta dimora del roccolo, ove per altro intendeva imbandirgli un banchetto.
Sior Antonio si stimò ben contento dell'occasione che gli si offriva di poter mostrare la sua gratitudine verso l'uomo al quale era debitore della vita dei figlio, e non è necessario di dire quanto Maddalena fosse lieta di questa congiuntura per unire le sue materne dimostrazioni a quelle del marito.
Al giorno fissato Tiziano partì col domestico che era succeduto a Bortolo, trascinati dalla povera Nina divenuta vecchia, ma ancora salda in gambe, e si fece accompagnare fino ad Auronzo, da dove li rimandò a casa, deciso di attraversare a piedi il bosco di Sommadida, e di provvedere a Schluderbach un altro mezzo di trasporto.
Il bosco di Sommadida è un magnifico dono che la Comunità del Cadore fece alla repubblica di San Marco nel 1463, e quindi questa foresta appartiene allo Stato. Dalla valle del torrente Ansiei sale fino alla sommità dei monti, e corre in lunghezza circa tre miglia. È il più bel bosco del Cadore. Gli abeti grossissimi svelti e diritti si alzano a straordinarie altezze e somministrano agli arsenali le più grandi antenne per le navi.
Facendo questo presente alla repubblica, la Comunità scriveva al Doge Cristoforo Moro: «Se guardiamo alla vostra celsitudine, il dono che il popolo cadorino spontaneo vi offerisce, è piccolissimo: tuttavia osa sperare che esso sarà in tutti i tempi avvenire un solenne testimonio dell'affetto, della fede, e della divozione, che il donatore ha verso la repubblica potentissima, che l'ha preso nella sua tutela. Accettatelo, ve ne preghiamo, con lieto animo; il vostro gradimento varrà a confermarci nella fede che vi giurammo, sì noi che i nostri figli, e nepoti saremo in ogni tempo i più acerrimi difensori vostri.» E i generosi cadorini tennero parola da padre in figlio, tenendo sempre sacra la volontà dei loro antenati.
L'aspetto pittoresco di questo bosco arresta continuamente i passi del viandante, e lo sforza a contemplare ed ammirare lungamente la stupenda varietà, e il maestoso sviluppo de' suoi prospetti. L'ampia valle s'allarga e si serra, si eleva e si sprofonda con diverse vicende, e gli abeti salendo dalle malghe ove pascolano gli armenti si distendono sulle alture che ricoprono di cupa verdura, e s'innalzano colle punte accuminate fino alle nude roccie, strisciate di neve, e tagliate a perpendicolo.
La strada tortuosa, ora attraversa il bosco passando fra gli alberi giganti, ora serpeggia in mezzo a verdi pascoli, ove gli alberi fanno corona alle falde dei monti, e seguendone le curve ricoprono i clivi lontani come se chiudessero ogni uscita. Il profondo silenzio che regna in quelle regioni solitarie non è rotto che dal frastuono delle acque cadenti negli abissi, dal fischio degli uccelli di rapina, dal muggito delle mandre, o dal rumore del vento fra i rami degli alberi. Qualche pastore sdraiato sull'erba saluta il viandante che passa, mentre gli animali alzano la testa per osservarlo.
Dopo lunghi raggiri fra montagne boscose si esce in un altipiano, ove il lago di Mesurina riflette nelle sue onde tranquille gli abeti che lo circondano, sormontati da nude roccie, abitate dai camosci.
Nel fondo si vede una capanna isolata sulle rive del lago. È l'osteria delle Alpi, ove si vende vino, pane, e carne di cavallo affumicata. Colà Tiziano ritrovò Giacomo Croda, che teneva ancora l'osteria, e faceva da guida ai viaggiatori. Dopo d'aver servito la patria nella difesa del Cadore e nell'assedio di Venezia egli aveva sposato la Giovannina, una buona ragazza d'Auronzo, piccoletta come la capanna, ma piena di vivacità e di buon senso, che sa far l'interesse del negozio, senza mai disgustare i viandanti. Oramai è conosciuta da tutti gli alpinisti che visitano quelle solitarie regioni, ai quali essa crede di parlare in tutte le lingue d'Europa, perchè sopprimendo la grammatica alla lingua italiana cerca d'imitare l'accento degli stranieri, e si aiuta con una mimica ingegnosa e intesa da tutti. I touristes siedono davanti il balcone d'una stanza che prospetta il lago. Allora la Giovannina offre vino bianco o vino nero a loro scelta. Generalmente si domanda il migliore. Essa porta subito il bianco che non è bevibile, si prova anche il nero che è peggiore, e si pagano tutti due, col pane per giunta, più duro dei macigni. Allora per avere una memoria di quel sito pittoresco, si compera un corno di camoscio, e questo è quanto può offrire di meglio la Giovannina, a merito di suo marito, che è il primo cacciatore di camosci della contrada.