Maria rimasta orfana della madre essendo ancora bambina, era cresciuta nella libertà della natura fino al tempo che venne istruita da una brava e saggia maestra, che seppe non guastare la semplicità della sua vita innocente, secondata dall'affetto d'un padre affettuoso probo ed onesto, il quale era così alieno dal male che non poteva sospettarlo negli amici, e lasciava la figlia insieme a tutti i suoi colleghi dei primi anni, con la buona fede dell'uomo intemerato. Offendere quella fiducia, tradire quell'uomo, non era possibile coi costumi semplici ed onesti del Cadore, e Tiziano non si sarebbe mai perdonato un errore che avesse macchiato la candida veste di sposa di colei che doveva entrare nella sua famiglia, e portare il suo nome onorato. E così si decise a non tardare più oltre a rendere sacro e rispettabile il suo amore colla promessa di sposo, che assicurava la sua felicità, e giustificava la sua condotta.
Con l'animo lieto, e la coscienza serena per la presa determinazione, dormì tranquillamente tutta la notte, del sonno del giusto.
Alzatosi di buon mattino, andò a trovare sua madre, la prese per mano, la condusse nello scrittoio ove sior Antonio allineava i suoi conti, e confidò ai genitori riuniti il suo amore, e il desiderio di farsi sposo; che venne accolto da entrambi con sincera soddisfazione, perchè amavano e stimavano Isidoro, e sua figlia Maria, ed erano lieti di accoglierla in casa come una figlia. E fu subito stabilito che dopo la riunione nel palazzo del Comitato, sior Antonio andrebbe al roccolo di Sant'Alipio, a domandare formalmente ad Isidoro Lorenzi la mano di sposa di sua figlia, ed a fissare i preliminari del matrimonio.
V.
Il mattino del primo d'aprile gli abitanti di Pieve udirono il suono d'una campana ch'era rimasta in silenzio per cinquant'anni.
— È la campana dell'arrengo!... esclamavano i vecchi, levandosi il cappello, e i giovani, che non l'avevano mai udita, la ascoltavano con religioso raccoglimento, come fosse la voce solenne dei loro padri.
Quei popoli del Cadore erano uniti da secoli in una sola comunità, che aveva antichi statuti raccolti fino dal 1300; e leggi civili e criminali che provvedevano all'amministrazione della giustizia, e vigilavano affinchè non venissero lese le loro franchigie.
Monsignor canonico Ciani che scrisse la Storia del popolo Cadorino, loda la sapienza di quel governo popolare «che non mutò mai, nè mai ebbe in sì lungo giro di secoli chi macchinasse di abbatterlo»; dice che quelle leggi «mantennero sempre la santità e bontà del costume sì pubblico che privato, ed erano assai severe coi violatori, e specialmente coi ladri, che in certi casi speciali venivano anche impiccati»; ma il buon canonico, nelle sue dotte indagini sui più antichi documenti, non ha mai trovato nessuna menzione sull'esecutore di tali sentenze, e ricercandone le traccie nelle tradizioni locali, soggiunge: «i vecchi ricordi ci fanno sapere che, sempre che il boja o carnefice occorresse, il che accadde due o tre volte, veniva dalle vicine terre teutoniche, e ad assai modico prezzo.»
Quando si pensa che la storia di monsignor Giuseppe Ciani venne pubblicata durante il sospettoso e suscettibile dominio austriaco, si deve convenire che egli non mancava di coraggiosa franchezza, stampando questa sua erudita scoperta sul boia tedesco a buon mercato. E infatti, egli, ottimo cadorino, non poteva sopportare in pace la vergogna del governo straniero che, oltre tutti i malanni dell'occupazione, aveva anche rotta l'unità del suo paese dividendone il territorio in due distretti.
Ed appunto perchè gli austriaci s'erano ritirati da Venezia e dal Cadore, si suonava nuovamente la campana dell'arrengo e si schiudevano le porte della sala dell'antica comunità, ove per il primo d'aprile erano stati convocati tutti i rappresentanti dei 21 Comuni, e invitato qualunque buon patriotta volesse prender parte ad un'assemblea deliberante sui destini del paese.