— Ma ce ne sono pochi, diceva la Gigia.
— Quelli soli che Giacomo Croda fa passare in faccia ai cannoni tedeschi, e sotto le fucilate... senza romperne mai uno!...
La nonna rideva allegramente della dabbenaggine dei croati, che con tutte le loro artiglierie non sapevano rompere le uova nel paniere del bravo cadorino, che le portava felicemente a Venezia.
Ed alla sera nella conversazione coi giovani ufficiali Bortolo diventava il protagonista della commedia, e si raccontavano ridendo le espressioni della sua ingenuità; ma dopo tutto non mancava di qualche merito che lo rendeva stimabile. Era onesto e fedele, ed offriva il suo sangue alla patria, non chiedendo altro compenso che di vederla liberata dagli stranieri.
E ce n'erano tanti di quei bravi giovani, pronti ad ogni sacrifizio con abnegazione personale completa. Ed ogni regione d'Italia ammirava la resistenza di Venezia agli stranieri, senza darsi pensiero della forma di governo che aveva scelto. In quel tempo Gioberti ministro della monarchia scriveva a Manin dittatore della repubblica, annunziandogli in questi termini la prossima spedizione d'un sussidio: — «Siate persuaso che il Piemonte non cede a nessuno in zelo ed in ardente simpatia per l'eroica Venezia; nello stesso modo che Venezia è oggi al disopra di tutte le città d'Italia e dell'Europa per la grandezza della sua virtù civile, è al primo rango nell'affezione e nell'ammirazione degli uomini!»
Dopo la battaglia di Novara il feroce Haynau, grondante del sangue di Brescia, scrisse da Padova al governo di Venezia, che la città non aveva da sperare altro appoggio «alle sue ribelli tendenze» intimando di «cessare una resistenza inutile, e a rimettere la città al suo legittimo sovrano l'augusto imperatore d'Austria.»
Radetzky vincitore del Piemonte venne apposta a Mestre per esortare Venezia alla capitolazione «un ultima volta, coll'olivo in una mano, colla spada nell'altra per infliggere la guerra sino allo sterminio se persistesse nella ribellione.» Venezia impavida si mostrò sempre ripugnante a patteggiare cogli austriaci. Venne convocata l'assemblea, in quel giorno (2 aprile 1849) che resterà memorabile negli annali del risorgimento d'Italia.
Nella magnifica sala storica del palazzo ducale, nella quale si erano radunati i magistrati della repubblica per quattordici secoli indipendente, l'assemblea in solenne silenzio attendeva il dittatore. Egli entrò, salì alla tribuna ed annunziò con semplici parole il disastro di Novara e l'abdicazione del re Carlo Alberto in favore di suo figlio Vittorio Emanuele. Allora ebbe luogo quel dialogo fra Manin e l'assemblea, del quale dice uno storico insigne: «nè più breve nè più grande ricordano altro le storie» (C. Cantù Cronistoria).
— Che volete fare?.... chiese il dittatore.
— Il governo medesimo proponga.