Quelle buone donne s'erano fatta una dolce abitudine della conversazione dei vicini, cosicchè se mancavano un giorno di presentarsi alla finestra, era per loro una vera privazione, e per godere più spesso della lieta compagnia, li invitarono a salire alla loro dimora. Michele ne fu felice, e la relazione assunse il carattere d'una amichevole intimità, soddisfacente per tutti quattro. I giovani salivano allegramente quelle scale, e passavano qualche ora in vivace conversazione, le donne intente al lavoro, i due ufficiali occupati a raccontare le vicende dell'assedio.
Quando i due amici erano liberi entrambi ci andavano insieme, quando uno era di guardia l'altro andava solo. Però in mezzo ai lieti conversari c'era sempre un grave pensiero dominante da parte delle donne — il pericolo al quale erano esposti quei bravi giovani.
Venezia abbandonata da tutti si difendeva eroicamente. Le batterie nemiche fulminavano le fortificazioni, ove i soldati dovevano rimanere al loro posto per dodici ore continue. Quando tuonavano le artiglierie dai tre forti di San Secondo, Sant'Antonio, e San Giuliano, il popolo veneziano diceva che i tre santi erano in baruffa.... e la baruffa fu lunga e tremenda. Quando Michele raccontava le scene di lutto che erano avvenute sotto ai suoi occhi, le donne impallidivano, e sospendevano il lavoro assorte in dolorosi pensieri. Egli non parlava che di feriti, di morti, di rovine. Quando Michele era di guardia, Tiziano solo andava a visitare le vicine, e allora la Gigia gli domandava mille cose di Maria, e il giovanotto le narrava i suoi amori descrivendole il roccolo di Sant'Alipio, e il nido di Montericco. Egli si teneva in continua corrispondenza colla famiglia e con Maria per mezzo di Giacomo Croda che faceva il contrabbando, e introduceva a Venezia ogni sorta d'oggetti specialmente di provianda, sfuggendo con rara destrezza alla severa sorveglianza del blocco.
Bortolo faceva il suo dovere come soldato, e quando non era di servizio e poteva uscire dalla caserma andava a zonzo per Venezia, il naso in aria e le mani in saccoccia, arrestandosi a bocca aperta davanti i monumenti e le chiese, e soffermandosi ad esaminare attentamente le mostre delle botteghe, guardando dagli orefici se vi fossero degli orecchini di filigrana non troppo cari, e pensando che prima di ritornare in Cadore li avrebbe comperati per regalare a sua madre un bel ricordo. Girando per la città aveva anche incontrato dei compatriotti, e rinnovate delle conoscenze cogli offellieri cadorini di San Vito e di Borca stabiliti a Venezia, e coi venditori di zaleti (pane di granoturco), coi fabbricanti di storti (cialdoni) e di panna montata, e nelle ore perdute andava ad aiutare un suo compatriotta a maneggiare la pasta, in un'offelleria, e raccoglieva in quei negozi le ciarle, i pettegolezzi e le notizie politiche popolari, che poi andava a comunicare al suo padrone ed a Michele. Ma nei primi tempi della sua dimora, ogni volta che voleva recarsi a trovarli in casa si smarriva per via, e faceva doppia strada, non sapendo raccapezzarsi in quel complicato labirinto di calli, ponti, vicoli, rivi e canali che lo mettevano nell'imbarazzo, e non volendo chiedere l'indirizzo per trovarlo da sè, giungeva ansante e trafelato, lamentandosi delle vie troppo strette, delle case troppo alte, dei canali infetti, e rimpiangendo le sue montagne, le case basse, l'odore del fieno, e la Nina.
Cercavano di consolarlo, gli facevano raccontare quelle notizie che li metteva di buon umore per la ingenua stranezza. Un giorno egli annunziava il prossimo arrivo di centomila ungheresi, che sbaragliato l'esercito austriaco accorrevano a liberare Venezia; un altro giorno era la flotta Sarda che si avvicinava, o i francesi che scendevano le Alpi accorrendo in aiuto dell'Italia.... E siccome non mancava mai di accorrere in piazza ad ogni annunzio di pubblica solennità, così aveva sempre qualche cosa da descrivere, dimostrazioni, attruppamenti, fischi ed applausi, annunzi di trionfi di vittorie o di tradimenti che circolavano nella folla.
E s'ingarbugliava nella narrazione di tante cose, mescolando le grandi colle piccole, e non sapendo render ragione di nulla. Manin, Pio IX, San Marco, la repubblica, Carlo Alberto e Mazzini si confondevano nella sua ammirazione, colla solenne inaugurazione del caffè Bassi e del caffè Gavazzi, che avevano preso i nomi dei due frati patriotti per attirare la gente allo spaccio. E non poteva perdonare agli italiani delle altre regioni di ritardare la liberazione di Venezia, lasciandola tanti mesi senza soccorsi e senza viveri, in mezzo a tutta quell'acqua, ove c'era da marcire.
Talvolta lo mandavano dalla Gigia con qualche prodotto delle fabbriche Cadorine, scelto da lui nelle pasticcierie dove prestava i suoi servigi, e quando la ragazza rosicchiava i croccantini facendone l'elogio, Bortolo vantava il mestiere de' suoi compatriotti, esperti pasticcieri, spiegava i segreti di quelle ghiotte manipolazioni, e li giustificava di non poter far meglio, perchè cominciavano a mancare molti ingredienti, divenuti irreperibili a motivo del blocco.
— E se non fosse Giacomo Croda, egli diceva, la sarebbe finita per gli offellieri; perchè....
— Perchè?.. domandava la Gigia.
— Perchè mancavano gli ovi... e le galline... i tedeschi non lasciano passar nulla, e non ci mandano che palle di tutti i calibri... che romperebbero gli ovi... se ce ne fossero... ma....