Fra le dame che visitavano regolarmente l'ambulanza, Michele si sentì trascinato ad un'estatica ammirazione per una gentildonna d'imponente bellezza, che accostandosi ogni giorno al suo letto lo consolava con angelico sorriso e modi gentili, mostrando d'interessarsi vivamente alle varie alternative delle sue sofferenze. Ogni mattina egli attendeva quella visita con grande ansietà, la presenza di quella donna gli riusciva benefica, le sue parole gli risuonavano lungamente all'orecchio, lo sguardo gli penetrava nel cuore, il profumo della persona olezzava lungamente intorno al suo letto, anche dopo la sua partenza, gli produceva l'effetto dell'aria imbalsamata dagli effluvi di primavera; e gli penetrava nel cervello inebbriato, riempiendolo di fantasmi e di sogni.

La leggiadria della persona, la soavità dello sguardo, l'armonia di quella voce, il morbido crine biondo come le spighe mature, l'occhio turchino come il cielo, profondo come la laguna, gli facevano credere ad un apparizione divina, della quale conservava gelosamente il segreto, se ne faceva un culto misterioso, adorando in silenzio quell'immagine, della quale presentiva tutte le delizie del paradiso.

Questa bellissima gentildonna si chiamava Marina Steno, ed all'incesso maestoso, all'antica nobiltà dei lineamenti, s'indovinava il sangue ducale che scorreva nelle sue vene.

Quando essa consolava l'infermo colla dolcezza carezzante del suo dialetto, egli sentiva nell'inflessione di quella voce un accento di mestizia che lo affascinava, ma la sua ammirazione era così rispettosa che mai non avrebbe osato interrogarla. Essa non gli parlava che delle sofferenze che lo privavano della soddisfazione di combattere, dell'evidente miglioramento che lo avvicinava sempre più alla guarigione, della gloria che onora il soldato ferito, e gli rialzava talmente lo spirito, che si sentiva beato del sangue sparso, e gli pareva poco, anelando alla salute per slanciarsi nuovamente contro il nemico, e meritare gli elogi di quella donna.

Nelle lunghe ore silenziose ed insonni egli pensava continuamente a quel sembiante maestoso, e facendone il paragone colla vezzosa semplicità della Gigia, trovava nella prima la dignitosa grandezza dell'antica nobiltà, nella seconda la grazia ingenua del popolo e pendeva incerto quale fosse più degna d'amore. Un giorno trovandosi più espansivo, e meno geloso della sua divina suora di carità, si decise di presentarle il suo amico Tiziano, che era venuto a fargli un po' di compagnia. Essa s'intrattenne cortesemente con lui a parlare dei monti del Cadore che conosceva ed amava, e dell'eroica difesa di quegli abitanti, che le aveva eccitato il più vivo entusiasmo.

Prima di uscire dall'ambulanza invitò Tiziano a visitarla nel suo palazzo, e lasciò i due giovani immersi nell'ammirazione. Michele incoraggiò l'amico a non mancare la visita, e a ritornare a raccontargli le meraviglie del palazzo incantato di quella fata. Ed egli non tardò molto a presentarsi in casa Steno, e venne accolto con somma cortesia dalla gentildonna, che lo presentò a suo marito, il conte Ermolao, il quale era un tipo curioso di quell'epoca. Egli apparteneva ad una minoranza che non esercitava nessuna influenza sugli avvenimenti, e si componeva di pochi individui, che lasciavano correre le cose come se fossero prescritte dal destino, e le subivano senza opposizione, e come una necessità insormontabile. E infatti se un'immensa maggioranza conveniva concorde nella ferma volontà di respingere lo straniero ad ogni costo, non è da credersi che tutti indistintamente intendessero il sacrifizio alla stessa maniera, nè che ogni veneziano fosse un eroe.

Il conte Ermolao Steno era un rampollo di quei veneziani della decadenza, che avvicinandosi il generale Buonaparte alla testa dell'esercito francese, temevano che non si potesse più dormire tranquilli nel proprio letto. La vita molle alla quale si era abituato fino dalla prima gioventù lo rendeva affatto inetto alle azioni eroiche. Bonario, senza albagia, egli aveva tutte le ingenuità delle nature svigorite, e pensava che ciascheduno dovesse offrire alla patria il superfluo, conservando il solo necessario. E per lui era necessario di bere ogni giorno a tavola una bottiglia di vino eccellente, di mangiare il suo bisogno, e di non occuparsi d'altro che di passeggiare in piazza, fumare il sigaro, e far la partita. E il superfluo, che sacrificava alla patria, si componeva di tutti i piaceri e gli agi della vita, gli spettacoli, i teatri, la villeggiatura, le scarrozzate in campagna, le gite ai bagni d'estate, e i viaggetti d'autunno. Tali privazioni forzate egli le subiva con rassegnazione, e mostrava di sopportarle con uno stoicismo degno dell'antichità. Ma il suo sangue se lo teneva nelle vene con ogni cura, e non essendo avvezzo a nessuna fatica, lasciava ai giovani ardenti ed agli uomini robusti l'onore di difendere Venezia e di morire per la patria. Su tutti gli altri argomenti di noia inerenti alle condizioni dell'assedio, non voleva intender ragione, e fino dai primordi del blocco egli si bisticciava col cuoco che non poteva più soddisfare i suoi naturali capricci.

— Come mai!.... egli esclamava con indignazione, vi è impossibile di trovare delle quaglie?....

— Impossibile, eccellenza!... rispondeva il cuoco.

E quando incominciò a scarseggiare la carne ed a mancare affatto il pane bianco gli parve d'aver raggiunto il massimo martirio che si possa infliggere ad un uomo. Ma a poco a poco dovette sottomettersi alle più amare privazioni, e sospendere la partita a tresette da Florian, ed a sentirsi rotto il sonno dalle bombe che lo obbligarono ad alzarsi dal letto prima delle undici antimeridiane, caso inaudito nella sua vita.