Tiziano ritornato all'ambulanza descrisse all'amico le meraviglie del palazzo Steno addobbato con lusso orientale, in armonia colla sua architettura. Il vestibolo, con arcate di stile moresco sorrette da colonne di marmo greco con capitelli bizantini. I muri rivestiti di marmi preziosi con scolture e statue collocate nelle nicchie. I cancelli in ferro dorato sormontati dallo stemma degli Steno incoronato dal corno ducale. La cisterna del cortile scolpita al modo bizantino. Eleganti, maestose le scale, la sala immensa, le camere coperte di arazzi antichi, o di quadri dei più famosi pennelli, i soffitti a cassettoni dorati od a stucchi, i pavimenti a mosaico a disegni, o coperti di preziosi tappeti. I mobili d'antica magnificenza con leggiadri intagli. Immensi i camini di marmo con alari di bronzo. Poi dalla casa passando agli abitanti si mostrò colpito d'ammirazione per la stupenda bellezza della gentildonna, dotata d'una grazia veramente incantevole ed attraente. E raccontando le bizzarrie del marito fece il ritratto del conte Steno, e lo descrisse come un filosofo d'una tempra singolare, che si teneva superiore alle umane miserie, indifferente alle comuni preoccupazioni del giorno, abbastanza ingegnoso da saper trovare dei conforti in mezzo alle privazioni dell'assedio, e dei compensi ai sacrifici che gli venivano imposti dalle circostanze.
Michele lo ascoltò attentamente, invidiando la sorte dell'amico che poteva penetrare in quel santuario, e quando rimase solo, pensò lungamente alle cose udite, e gli parve che quella donna non dovesse essere pienamente soddisfatta dell'indole del marito, il quale col suo egoismo ingegnoso poteva servire d'esempio del come si possa anche in mezzo alle più dolorose contingenze, trovare qualche consolazione a spese degli altri. E cominciò a meditare nel profondo segreto del suo animo, se un povero soldato ferito non avesse diritto anche lui di ottenere qualche cosa in compenso delle privazioni del blocco, e delle palle dell'assedio. E quando la gentildonna ricomparve davanti al suo letto egli si mise a dardeggiarla di tali sguardi fulminei, che non avevano riscontro che nelle batterie di Campalto colle quali il nemico bersagliava Marghera.
Ma se ai poveri soldati feriti non restava altra risorsa che di assediare le dame pietose delle ambulanze, cercando di penetrare nei loro cuori colle paralelle del sentimento, e con un fuoco incrociato di sguardi e sospiri, i soldati sani continuavano a tirare sui tedeschi con delle palle di grosso calibro, e ad assalirli furiosamente nelle trincee a colpi di fucile, ed anche colla baionetta nelle reni.
Le sortite di Mestre e del Cavallino che avevano respinto vittoriosamente il nemico, coprendo di gloria i Cacciatori del Sile, i Cacciatori del Reno, e i lombardi, risvegliavano una nobile invidia nell'animo ardimentoso dei Cacciatori delle Alpi, che desideravano essi pure ardentemente un occasione favorevole per venire alle mani col nemico.
La penuria sempre crescente offerse questa occasione. La Commissione annonaria aveva reggimentato i contrabbandieri di Venezia, che si spingevano arditamente attraverso agli avamposti nemici e riuscivano talvolta a deluderne la vigilanza introducendo a Venezia ogni sorta di viveri. Ed anche questo era eroismo, perchè quando cadevano in mano dei tedeschi erano immediatamente fucilati, per la legge che condannava a morte ogni violatore del blocco.
Si dovevano alimentare duecentomila abitanti, e perciò ogni barca carica di granaglie, di animali bovini e di vino che giungesse a Venezia era festeggiata da tutti, e ricevuta come in trionfo.
Ma per ottenere dei risultati importanti era necessario di appoggiare i contrabbandieri, respingendo il nemico, e tale era lo scopo delle sortite nelle paludi dell'estuario.
Tiziano avendo ricevuto l'ordine di partire per Chioggia colla sua compagnia corse all'ambulanza a stringere la mano dell'amico, e salì a salutare le donne che lo videro allontanarsi trepidanti ed angustiate, quantunque egli si mostrasse allegro e ben disposto.
Il generale Rizzardi, comandante il circondario di Chioggia, quantunque quasi giornalmente dovesse combattere col nemico che avanzavasi sotto al tiro dei suoi fucili, risolse di eseguire una ricognizione di qualche importanza, e nello stesso tempo requisire tutti i viveri che sarebbero caduti in sue mani. Prese seco 1200 uomini e li divise in tre colonne, la prima delle quali, forte di circa 600, affidava al colonnello Morandi con l'incarico d'inoltrarsi lungo il Bachiglione sulla destra di Brondolo oltre il terreno di Cabianca, verso Corezzola; la seconda colonna, di circa 400 uomini, comandata dal maggiore Materazzo, doveva esplorare tutto il terreno del centro, cioè a destra del canale di Valle, compreso fra l'Adige, Cavanella, ed il Gorzone; la terza finalmente, comandata dal tenente colonnello Calvi, aveva l'incarico di battere il terreno sulla sinistra fra Bussola, il mare e l'Adige.
Tiziano fu lieto, che alfine anche i Cacciatori delle Alpi potessero provare il loro valore in una sortita, raccomandò a Bortolo di farsi onore, e intrattenendosi con Giacomo Croda che seguiva la spedizione per raccogliere ed imbarcare le requisizioni, s'intesero fra loro di tenersi d'occhio, e di aiutarsi scambievolmente in caso di bisogno. Tiziano contava molto sulla destrezza e sul coraggio del contrabbandiere cadorino, ed era lieto di vederlo far parte della spedizione. Partirono da Chioggia per Brondolo, ove passarono il ponte che a tale scopo era stato espressamente costruito sul Brenta, e le tre colonne si misero in movimento, secondo gli ordini ricevuti.