Dopo pranzo mandarono la Betta ad aprire l'appartamento e ad aspettare i padroni. Più tardi la signora Emilia volle accompagnarli, per far vedere tutto quello che aveva operato per [pg!258] mettere in assetto ogni stanza con perfetto buon gusto.
E infatti trovarono tutto in buon ordine. Dall'anticamera si entrava in una sala destinata alla conversazione, con belle tappezzerie e specchi alle pareti, e tappeto sul pavimento. Tutti gli arredi erano di perfetto buon gusto. Il pianoforte occupava il posto opportuno, il canapè, i divani, le seggiole formavano un semicerchio che aveva nel centro un tavolo elegante, con vasi di fiori, album, e strenne. Agli angoli stavano dei tavolini da giuoco, e degli scaffali da collocarvi degli oggetti d'arte.
Seguivano due belle camere da letto, una per gli sposi, l'altra pei parenti e gli ospiti. Un salottino per Metilde, un gabinetto di studio per Silvio, una bella stanza da pranzo presso alla cucina, e poi degli altri locali per la domestica, e per sbarazzare la casa. Le famose tendine erano state collocate nella sala di ricevimento e nello studio; la camera da letto e il salottino avevano quelle acquistate dalla signora Emilia, con colori favorevoli al viso, ma con disegni assurdi.
Metilde fu contentissima della nuova dimora, e Silvio dovette mostrarsi riconoscente verso la suocera che si era data tanti disturbi per ordinare [pg!259] i mobili, e dirigere gli operai che avevano messo ogni cosa al suo posto.
Al mattino seguente apersero i bauli, Metilde e la Betta furono occupate tutto il giorno a riempiere gli armadi e i cassettoni, coll'assistenza di Silvio che piantava chiodi, si martellava le dita, bestemmiava fra i denti, e si protestava beato.
Poi fecero i loro conti su quello che potevano spendere, cercando di proporzionare le spese alle rendite per avere una norma, e ciascuno prese le sue abitudini. Silvio si recava ogni mattina allo studio Ruggeri, e si occupava d'affari legali sotto la direzione dello suocero, e nelle ore libere continuava a scrivere nei giornali. Metilde attendeva sua madre o andava a trovarla, uscivano insieme quasi ogni giorno, facevano delle visite e delle spese imprevedute, e tanto delle prime che delle seconde ce n'erano sempre. La Betta si occupava a mettere in ordine l'appartamento, spazzettava gli abiti della padrona, stirava la biancheria, metteva la carne al fuoco, poi andava alla finestra a veder passare la gente o a fare delle lunghe conversazioni coi garzoni delle botteghe, informandosi esattamente di tutti i pettegolezzi della calle.
Verso le cinque pranzavano, Silvio contemplava sua moglie da vero innamorato, la trovava [pg!260] sempre più bella, e non si accorgeva che la minestra era scipita, il manzo duro e poco cotto, ma Metilde chiamava la Betta e se ne lamentava, questa accusava il beccaio, e protestava d'aver soffiato tutto il giorno nel fuoco. Il primo giorno avevano ancora fame dopo finito il pranzo.
—Non c'è altro?... domandò Metilde al marito, e questi alla Betta:
—Non c'è altro?...
—Non mi hanno ordinato di più, rispose la domestica.