—Ma non sa far niente in cucina; osservò Silvio con impazienza.
—Imparerà; rispondeva la suocera, bisogna istruirla, capisce subito.
—Ma chi deve istruirla? domandava il povero giovinotto, che cominciava a nausearsi di quei cibi mal fatti.
—Io no di sicuro, diceva Metilde, che ho orrore degli imbratti e degli intingoli, e l'odore del carbone mi fa male.
—Poveretta!... esclamava la signora Emilia con accento pietoso, poveretta! nemmeno per sogno, tu non sei stata allevata in cucina, nè per fare la serva! [pg!263]
Silvio fremente non osava rispondere. Aveva paura di lasciarsi sfuggire qualche parola offensiva, ma pensava fra sè: «ed io dunque? ho forse imparato alla Università a fare il cuoco o il domestico?!... santa pazienza!... bisognerà pensare a qualche cosa, perchè così non si tira avanti.»
Quel giorno non si disse di più, ciascuno s'era fermato al punto scabroso; Metilde andò a vestirsi, sua madre e la Betta la assistevano con grande attenzione; e finalmente si udì un fruscio di vesti di seta, si vide un'ondeggiare di piume e di svolazzi, e le signore facendo un grazioso inchino al marito sbalordito, lo lasciarono con un palmo di naso, e andarono al passeggio sulla riva degli Schiavoni.
Egli aveva voluto una donna elegante, e l'aveva; non c'era da che dire, bisognava tirare avanti con rassegnazione e aspettare che il tempo e la necessità venissero a modificare le cose.
Ma ogni giorno che passava cresceva le difficoltà, e portava nuove amarezze. Una volta papà Gervasio andò a passare una giornata coi figli. Giunse carico come il solito dei migliori prodotti dell'orto e della corte, fra i quali si trovavano due magnifici capponi.
Uno di questi capponi fu lessato pel pranzo, [pg!264] e venne servito stracotto; le carni si distaccavano dalle ossa, in un brodo lungo, senza sapore. Il pesce fritto perdeva il sangue sul piatto.