—Un infermiere!... di qua non si scappa; costerà di sicuro del denaro, ma il vecchio Gervasio pagherà; senza infermiere non è possibile di andare avanti. Ne ho già parlato al medico... mi sono intesa con lui, che ha promesso di trovarlo. [pg!291]

—Ah! povero Silvio, quando si vedrà assistito da un estraneo, come resterà crudelmente colpito; si crederà abbandonato da tutti, e questa amarezza potrebbe peggiorare il suo male.

—Non aver paura di questo, egli non conosce più chi gli sta intorno, non risponde alle domande che con un gemito insignificante, forse non capisce più nulla!...

Metilde piangeva, sua madre la sgridava, facendole osservare che le lagrime in questi casi non servono a nulla, e rovinano gli occhi.

Il medico venne con l'infermiere, esaminò nuovamente il malato, e non seppe dissimulare la sua inquietudine. Era giovane anche lui, amico di Silvio, molto studioso, ma esercitava da poco tempo la professione, e ne sentiva la grave responsabilità. Mostrò desiderio di consultarsi con un medico provetto, e propose il celebre dottor Pellegrini. Le signore acconsentirono subito, ed alla sera ebbe luogo il consulto.

Il dottor Pellegrini, dopo d'aver ascoltato una relazione del medico curante, esaminò attentamente l'infermo e volle essere informato esattamente delle condizioni fisiche dei parenti, perchè era convinto che ogni individuo riceve coi germi della vita anche quelli della morte.

—Le buone e le cattive qualità del sangue, [pg!292] egli diceva, producono la salute o le malattie, predispongono le azioni del galantuomo e del birbone, le opere dell'uomo di genio e dell'imbecille. Cerchiamo dunque prima di tutto, di conoscere le origini, di studiare negli ascendenti le tendenze del nostro soggetto. È certo che l'ambiente, la professione, il genere di vita, gli alimenti, le cure igieniche o i disordini, esercitano la loro influenza, modificano le tendenze, le accelerano o le ritardano secondo i casi. Ma tanto l'albero che l'uomo non possono dare che ciò che hanno nel sugo vegetale e nel sangue. È certo che il castagno non farà mai pesche; nè un prossimo parente dell'ultimo doge di Venezia si metterà alla testa di mille uomini per liberare la Sicilia; nè un letterato avrà le stesse malattie d'un cuoco!...

A queste parole Metilde arrossì, e subiva nella coscienza una lotta fra la vergogna e il rimorso. «Se parlo,—essa pensava,—faccio palese la mia inettitudine come padrona di casa; se taccio arrischio la vita di mio marito! Mio Dio! che devo fare?...» Le parve di trovare un espediente e chiese al medico:

—Mi dica un poco, dottore, se un uomo solo facesse il letterato ed il cuoco, quali sarebbero le sue malattie? [pg!293]

Il medico sorrise alquanto, e le rispose, con grande meraviglia di Metilde.