Silvio era stato costretto dalla necessità a raddoppiare il lavoro per non mancare dei mezzi necessari a far fronte a tante spese. Lavorava allo studio ed in casa, trattava gli affari curiali, scriveva articoli, faceva il brodo ristretto e la pappa, e gli mancava anche il riposo della notte. Si coricava tardi, oppresso dalla stanchezza, ma dopo breve tempo il pianto della bimba lo risvegliava. Udiva dapprima fra la veglia e il sonno un lieve lamento, un piagnucolare sommesso, che a poco a poco si trasmutava in un piagnisteo e diventava un belato rumoroso e continuo che lo obbligava [pg!287] ad alzarsi. Andava a prendere la bambina, la portava alla mamma che la allattava, poi la riponeva in cuna, si gettava in letto e ritornava ad addormentarsi, ma poco dopo ricominciava la stessa solfa. Si alzava sudato, la riportava in giro sul suo guanciale per la camera fredda. La bimba aveva lo spasimo, gridava per molte ore consecutive, a brevi intervalli; consultarono il medico il quale osservò che la madre faceva poco latte, e trovò indispensabile di aggiungere il poppatoio alla alimentazione insufficiente. Ed ecco l'avvocato, giornalista, cuoco, diventato anche balia, incaricato di alimentare la bimba col poppatoio; e passava gran parte della notte in veste da camera, con un fazzoletto allacciato in testa, a cantare la ninna nanna colla bambina sulle braccia.
Dopo lo spasimo e la fame vennero i vermi e la dentizione, e il buon babbo somministrava lo sciropetto di cicoria, fregava le gingive della bimba col dentaruolo di avorio; ma quelle tribolazioni di bambinaia e di balia aggiunte alle fatiche del foro, alle elucubrazioni del giornalismo, ed alle manipolazioni della cucina furono superiori alle sue forze, non tardarono a riuscirgli insopportabili, e volendo egli lottare con vani tentativi di resistenza, finirono per opprimerlo [pg!288] completamente e gettarlo in letto con una grave malattia.
Meno male che Metilde cominciava a riaversi, si alzava dal letto, e poteva occuparsi della bimba. Il medico ordinò che la Betta andasse a dormire nella stanza della signora, e si cercasse qualche altra persona per l'assistenza del malato, passato in altra camera.
La signora Emilia si dichiarava troppo sensibile, e poco pratica per assistere gl'infermi; fece venire una donna provvisoria, e consigliò Metilde di scrivere al signor Gervasio, pregandolo che mandasse la nonna.
Ma per disgrazia di tutti, in quello stesso giorno era successo un brutto accidente anche alla villa Bonifazio. La povera nonna era stata colpita da un insulto apoplettico, e se le fossero mancati i pronti soccorsi del medico, avrebbe dovuto soccombere. Portata in letto priva dei sensi era alquanto rinvenuta dopo il salasso, ma la paralisi le toglieva i movimenti e la favella. Borbottava delle parole confuse, e non poteva muoversi senza aiuto. Maria chiamata in fretta accorse subito al letto della povera paralitica, e non la abbandonava un momento. Papà Gervasio per l'improvvisa afflizione sentiva aggravate le sue sofferenze agli intestini, non si allontanava che per brevi [pg!289] istanti dalla camera della madre, non era in caso di accorrere a Venezia, e non poteva mandare nessuno in assistenza del figlio.
Queste desolanti notizie afflissero grandemente le due famiglie di Venezia, che si trovavano in grave imbarazzo. La signora Emilia affaccendata correva dalla sua casa a quella della figlia, si consultava con tutti, ma non ascoltava nessuno, si lamentava sulla sua sorte, gemeva per lo stato di debolezza di Metilde, le raccomandava la quiete e il riposo, deplorava il colpo apoplettico che aveva colpito la signora Bonifazio fuori di tempo, confondeva le cose, sgridava la Betta, voleva insegnarle a fare il brodo per gli ammalati, lo lasciava cadere sul fuoco e infettava la casa col fumo dell'unto bruciato, e concludeva con un atto di accusa contro quel benedetto omo di suo genero, che non aveva preveduto nulla, che colle sue imprudenze s'era guadagnato quella malattia, che metteva in iscompiglio tutta la casa in un momento importuno. Metilde cercava invano di giustificare il marito, il povero diavolo si era troppo affaticato per assisterla, aveva preso freddo di notte, e lavorava soverchiamente pei bisogni della famiglia...
—Tu taci, che non sai nulla, le rispondeva sua madre; gli uomini sono testardi, e non sanno [pg!290] mai regolarsi, avrà mangiato troppo di quella sua cucina pesante.... avrà fatto qualche disordine. Tutti i mariti, o quasi tutti assistono le mogli puerpere; è il loro dovere; non ci mancherebbe altro che si rifiutassero... nessuno si ammala per questo!...
—Povero Silvio! esclamava Metilde, adesso è inutile di cercare i motivi del suo male; adesso è ammalato e non dobbiamo pensare ad altro che a guarirlo. Il medico dice che quella donna non basta; se potesse bastare almeno per la notte che io ci ho la bimba che non posso abbandonare, farei il possibile anch'io per assisterlo durante il giorno.
—Sei matta! non sai proprio quello che dici. Non si conosce ancora la sua malattia; pare che sarà tifo, una malattia contagiosa! Tu non devi nemmeno entrare nella sua stanza, non devi esporti al pericolo, non hai forze bastanti per resistere a tante fatiche, devi pensare prima di tutto alla tua salute, è il tuo dovere di madre!...
—E così, chi assisterà mio marito!