La signora Emilia stese subito una lunga lista di tutti gli oggetti indispensabili al futuro rampollo dei Bonifazio, e la mise sotto gli occhi del genero che ne restò sbalordito. E la suocera previdente tornò da capo a fare le solite peregrinazioni ai negozi, per esaminare, discutere, e consigliare gli acquisti più opportuni alla figlia. E intanto che lo due signore continuavano a girare per le botteghe, a casa piovevano i pacchi, le scatole, gli involti spediti dai negozianti, colla polizza relativa. [pg!284]
La Betta lavorava tutto il giorno ad approntare fascie, bende, gonnellini, bavagli, camicine, e berrettini. Silvio fra la gioia di diventar padre, e lo spavento di non riuscire a pagarne tutte le spese, perdeva la testa. Moltiplicava le corrispondenze ai giornali, per accrescere i suoi guadagni, quando mancavano le notizie le inventava, e i lettori dei giornali nei quali scriveva erano avvertiti d'ogni minimo avvenimento, colla giunta di riflessioni, commenti, supposizioni e predizioni spaventose, che mettevano in pensiero i droghieri, e tutto questo per apparecchiare un corredo conveniente all'erede presuntivo.... dei suoi debiti probabili.
E a forza di scrivere nei giornali d'opposizione, con un pessimismo comandato, con l'obbligo di trovar tutto male, lamentando continuamente la mancanza degli uomini che sapessero governare, aveva finito per persuadersi ch'egli sarebbe riuscito colla più accurata educazione del figlio a farne l'uomo aspettato, quello che avrebbe guidate le future generazioni alla gloria, alla prosperità, alla potenza.
Gli pareva di sentire un'intuizione che lo ammonisse d'un grande avvenire per la sua famiglia, e cercava attentamente sul lunario un nome che corrispondesse alle sue idee, e che fosse di [pg!285] buon augurio. Il nome di suo padre gli metteva un brivido, un grand'uomo non poteva chiamarsi Gervasio. Annibale il nome del suocero gli pareva troppo classico, gli richiamava alla memoria la noia delle traduzioni scolastiche. Andava enumerando con sua moglie tutte le illustrazioni della patria, ma trovava sempre degli ostacoli per adottare que' nomi. Vittorio era troppo guerresco, Giuseppe troppo comune, Massimo troppo pretendente, Urbano troppo modesto....
—E Camillo? gli chiese Metilde, non ti pare un bel nome!...
—Camillo!... è bello davvero! bravissima, l'hai trovato, nostro figlio si chiamerà Camillo.
Un mese dopo di questa deliberazione, la signora Metilde metteva al mondo una bambina, che la puerpera voleva battezzare col nome di Emilia. Silvio si oppose, col pretesto che non voleva far torto a nessuna delle nonne, e quindi le escludeva entrambe; ma in fondo egli pensava che una sola Emilia in casa gli bastava, ed era anche troppo, e soggiunse:
—Se invece d'un maschio c'è nata una femmina, ciò vuol dire evidentemente che l'Italia ha più bisogno d'una donna che d'un uomo, mio padre me l'aveva già detto, ed è stato profeta. Si chiamerà Camilla, e se Camillo ha tanto contribuito [pg!286] a fare l'Italia, Camilla farà gl'Italiani... secondo la formula di Massimo d'Azeglio. Ne faremo una donna completa... secondo i diritti dell'uomo che aspira a conservarsi monogamo, dentro e fuori della legge.
Metilde non capiva niente di questi discorsi strampalati, e non aveva la forza di domandare spiegazioni. Pallida, affranta nel suo letto ornato di pizzi, volgeva lo sguardo alla cuna, ove riposava la bimba, e la contemplava con affettuosa compiacenza.
Nel lungo puerperio non riusciva a riacquistare le forze, l'allattamento la immagriva, il medico raccomandava ogni riguardo, e di risparmiarle la benchè minima fatica, e il più semplice disagio.