Il maestro non capiva niente a queste elocubrazioni, e rideva per amor proprio soddisfatto.

Venuta la sera, Silvio fece una passeggiata solitaria intorno la villa paterna; diede l'ultimo addio a quella casa, a quegli alberi, a quelle memorie, a quella pace.

Al mattino seguente il maestro Zecchini prese a nolo una vettura e accompagnò alla stazione l'amico che partiva.

Passando per l'ultima volta davanti al cancello della villa, Silvio mandò un profondo sospiro, e asciugandosi una lagrima disse al maestro:

—Potevo essere completamente felice in quella dimora deliziosa, e vivere giorni sereni e tranquilli con quella donna semplice e sublime.... ed ho tutto perduto!...

Il maestro ruppe in una sghignazzata satanica, che faceva il più strano contrasto coi sentimenti melanconici espressi da Silvio, il quale rimase tristamente sorpreso, e gli domandò perchè ridesse a quel modo.

—Ti domando scusa, mille volte scusa, si affrettò a rispondergli il maestro; non ho mai saputo frenare il mio maledetto carattere, nè la mia maniera di pensare. Che vuoi!... ascoltando i tuoi lamenti mi è venuto in mente un antico proverbio [pg!395] che dice: «l'asino non conosce la coda, che dopo di averla perduta.»

Silvio si sentì umiliato da quella verità, ma era una verità; ed abbassò il capo, e non trovò una sola parola da rispondere.

Continuarono la strada in silenzio. Giunti alla stazione si abbracciarono commossi, e Silvio partì per Roma.

FINE.