—Ma sì, tuttavia, dopo d'aver conquistata quasi intieramente l'Europa, ha tutto perduto, ed è andato a morire prigioniero, sopra uno scoglio in mezzo dell'oceano!

La bomba era slanciata, e andò a colpire la lingua del capitano che restò morta sul colpo. Per salvare il resto dovette raccogliere tutte le sue forze disperse, e quel giorno non parlarono più della teoria prediletta del maestro.

Il capitano Bonifazio aveva militato sotto Napoleone, ed era uno dei pochi reduci della catastrofe [pg!5] della Beresina. Testimonio dell'eroismo degli Italiani nelle guerre del primo regno d'Italia non poteva rassegnarsi alla dominazione austriaca, e viveva ritirato in campagna, per non vedere i Tedeschi, ed anche per incontrare il meno che fosse possibile i suoi compatriotti che disprezzava per la pecoraggine colla quale subivano il giogo straniero.

Il maestro Zecchini era figlio d'un ricco signore, il quale dopo di aver consumato quasi tutto l'avito censo, era morto lasciandolo povero, e con una educazione incompleta, per cui fu costretto di fare il maestro comunale per vivere. Dallo sfacello della sostanza paterna si era salvata una fattoria, con pochi campi annessi, che divennero il domicilio stabile del maestro, della cui modica rendita viveva, colla giunta d'un misero stipendio.

Il capitano aveva ereditato dalla sua famiglia parecchie buone terre ed una bella villa signorile, nello stesso villaggio del maestro, vicino a Treviso, nella pianura lodata fino dai tempi antichi che ha per orizzonte le cime nevose delle Alpi, e una verde cintura di colline sparse di castelli, d'abazie a di villaggi.

Erano diventati entrambi agricoltori per forza; uno avrebbe preferito il mestiere delle armi l'altro [pg!6] i piaceri della città, ma i casi della vita li avevano costretti a rinunziare ai loro gusti e a ritirarsi in campagna. L'amore dei campi venne più tardi, dopo la lunga consuetudine, dopo le attrattive della natura e la necessità del lavoro. Il suolo coltivato attira il coltivatore il quale vi si fissa, come l'albero colle radici.

Il capitano visse i primi anni nella solitudine; dopo lo sbalordimento delle guerre napoleoniche, dopo le prove ardimentose de' suoi commilitoni, dopo i gloriosi fatti d'armi che onorarono gl'Italiani in varie parti d'Europa, egli si trovava sorpreso ed umiliato di dover sopportare la dipendenza d'un popolo che giudicava inferiore, per meriti militari e civili, ai suoi compatriotti; ridotti in schiavitù da trattati diplomatici, non contratti da essi anzi contrari alla loro volontà, e pur troppo tollerati, con colpevole indifferenza ed inerzia nei momenti decisivi.

L'antica repubblica veneta degenerata nel lungo ozio e nella vita molle e gaudente, aveva lasciato i caratteri fiacchi, e dopo le rapide prove dei vari governi succeduti al suo dominio, i nobili e i preti preferivano l'Austria: il grosso della popolazione restava indifferente, mancava d'educazione politica e di energia. I pochi avanzi degli eserciti napoleonici sentivano troppo tardi il dolore [pg!7] della patria perduta, ed il bisogno dell'indipendenza nazionale.

Il governo austriaco entrato come liberatore, si era fissato stabilmente, passando dalle promesse alle minaccie, perseguitando e condannando come un delitto di Stato l'amore di patria, ispirato dalla natura e dalla storia.

Agli ufficiali delle guerre europee, lasciati in disparte, non rimaneva altro partito che quello di consolarsi della schiavitù colla memoria dei fatti compiuti, e colla lontana speranza di ritornare in campo, a tempo propizio.