Erano rari superstiti di grandi avventure, ma bastavano a tener viva la scintilla del patriottismo, a spargere le idee, ad apparecchiare le forze necessarie a rivendicare i diritti conculcati della patria. E intanto raccontavano quella storia di rapide e meravigliose conquiste, così precipitosamente perdute, e ne raccoglievano le immagini con religiosa devozione.
Tutte le pareti della casa del capitano Bonifazio, erano ornate di gloriosi ricordi. Statue, busti, ritratti di Napoleone, in tutti i costumi, dal costume adamitico scolpito da Canova, fino a quello col manto e la corona; ce n'erano a piedi, a cavallo, e sul trono. Ma la preferita era la statuetta di gesso, colla semplice divisa dei cacciatori [pg!8] della guardia, col piccolo cappello senza galloni, cogli stivali alla scudiera, le braccia incrociate sul petto, in atto d'osservazione.
C'erano grandi e piccoli quadri delle battaglie più gloriose.
Montenotte, Lodi, Arcole, Rivoli, Marengo, Cairo, Austerlitz, Jena, Wagram, Moskowa.
C'era una camera coi ritratti dei generali francesi che ebbero titoli italiani. Massena duca di Rivoli, Augeran duca di Castiglione, Victor duca di Belluno, Moncey duca di Conegliano, Savary duca di Rovigo, Mortier duca di Treviso.
Pochi ritratti di generali italiani, perchè molti erano entrati nell'esercito austriaco.
In apposita stanza aveva raccolto le tremende memorie della Russia. Un quadro rappresentava l'incendio di Mosca; un altro una marcia di feriti sulla neve, inseguiti dai Cosacchi; nel terzo si vedeva la presa di Malo-Jeroslawetz eseguita dalla divisione Pino, sostenuta dai cacciatori della Guardia reale italiana. Il quarto era il passaggio della Beresina. Fra le vedute c'erano i ritratti, dei generali che più si distinsero in Russia, Davout, Murat, Ney, il principe Eugenio, e qualche altro.
Nelle lunghe ore delle giornate piovose, il capitano Bonifazio faceva il giro delle stanze, si arrestava davanti ai suoi quadri, riviveva in quel [pg!9] passato, e nelle rare volte che era costretto di recarsi a Treviso pe' suoi affari, si fermava per le strade dove passavano i soldati austriaci, e guardava con pietà quei poveri Croati negri e segaligni, e le faccie bonarie dei Boemi, e alzava le spalle pensando che Massena con 50,000 Francesi non esitava ad attaccare 80,000 Austriaci, comandati dall'arciduca Carlo, e li vinceva a Caldiero; e nutriva un fastidioso disprezzo pei suoi concittadini, che non si accorgevano nemmeno di appartenere ad una nazione eroica, nella quale gli pareva che un uomo con uno spiedo avrebbe infilzato come tanti polli quattro o cinque di quei poveri diavolacci, ma invece bastavano due uomini e un caporale per scortare a Vienna i furgoni delle svanziche, colle quali gli Italiani del regno Lombardo-Veneto pagavano all'Austria il diritto di possedere i propri campi e le case dove erano nati.
E il capitano Bonifazio tornava alla sua villa fosco annuvolato, e guai a chi gli capitava fra i piedi.
Per soddisfare, almeno in parte, a quel bisogno che sentiva di attività e di lavoro, vangava e potava, piantava alberi e arbusti, vigneti e frutteti, disegnava viali, sconvolgeva la terra, seminava, trapiantava e mieteva. [pg!10]