—E pei dolori reumatici, disse il maestro.
—Ma questi, continuò l'intrepida fanciulla, si possono guarire anche coll'essenza di Clementina!
Quest'ultima essenza spinse l'avvocato ad un irresistibile scroscio di risa, al quale fece eco la signora Emilia. Metilde arrossì. Silvio aveva gli occhi fuori della testa. Per consolarsi delle continue sciocchezze di sua cugina egli beveva senza misura, e fra il vino, gli spropositi e le umiliazioni perdeva il cervello. La nonna dissimulava, papà Gervasio nella sua bonarietà non capiva che una cosa sola, che gli ospiti stavano allegri, ed egli era soddisfatto. Il maestro si rammentava i consigli che aveva dati inutilmente per l'educazione della fanciulla, e deplorava vivamente la brutta figura che essa faceva a quella prima prova.
L'arrosto delle lodole venne ad accrescere le sconvenienze di Maria. Curvata sul piatto, lacerava [pg!219] gli uccelli colle dita, ne cavava le polpe coi denti, poi ritirava le ossa dalla bocca sporca. Quando finì di divorarli, si versò un bicchiere di vino ben colmo, e se lo bevette d'un tratto lasciando il cristallo appannato dall'unto, e mettendo i gomiti sulla tavola, si riposò, guardando tranquillamente d'intorno.
Le signore Ruggeri che avevano assistito a quello scandalo scambiando dei sogghigni ironici, abbassarono gli occhi per non lasciar scorgere la loro meraviglia. Alle frutta Maria sputava i noccioli sul piatto, e scherzava così insulsamente che gli ospiti ridevano per pietà. Il solo Andrea la trovava spiritosa, e s'innamorava sempre più di lei; mentre il cugino si vergognava d'aver preso sul serio una scioccherella, e la guardava con disprezzo.
Dopo il caffè tutti sentivano bisogno d'aria aperta, e uscirono in giardino.
Giunto il momento della partenza, papà Gervasio riempì i cassetti del calesse colle frutta raccolte alla mattina. Infiniti complimenti e strette di mano si andavano avvicendando con reciproca insistenza, tutti volevano ringraziare, nessuno voleva essere ringraziato. Quando le signore si accomodarono in calesse, furono coperte di fiori, l'avvocato e Silvio non trovavano il loro posto [pg!220] sotto quella valanga odorosa, ma finalmente si collocarono alla meno peggio. Papà Gervasio, il maestro, Andrea, la nonna e Maria circondavano la carrozza, reiterando i saluti e le strette di mano.
Silvio slanciò un'occhiata sprezzante all'indirizzo di Maria, che voleva significare:—ti ripudio;—e salutò Andrea con un sorriso strano, accompagnato da un'alzata di spalle, che voleva dire:—prendila pure, che te la cedo volentieri.
La signora Emilia partì dalla villa riportando la più ferma persuasione dell'opulenza della famiglia Bonifazio. Aveva veduto una bella casa, con tutti gli agi della vita, un parco principesco, e le campagne che aveva osservate dal belvedere le parevano immense. E infatti il padrone di casa non aveva trovato necessario d'indicarle i confini, nè di avvertirla che il verme dell'ipoteca rosicchiava quelle colture, e produceva gli effetti della filossera. [pg!221]