Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti, di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così facilmente sanare.

Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.

Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.

Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese. Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.

Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto, invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.

Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu impossibile in accidente tanto improvviso.

Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata da genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet, il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.

Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan, o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo, per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime fazioni.

I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi, tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.

Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria, una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.