Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.

Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani e minacciava i vicini.

Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo, ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale, che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente, fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia, navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.

La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.

Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendii per ogni parte.

Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.

Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.

Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.