Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato, tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si piacque rispondere in modo affettuoso.
Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone, tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni, purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidati che la corte proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della chinea per sempre cessasse.
MDCCXCII
Anno di
Cristo
MDCCXCII
. Indizione
X
.
Pio
VI papa 18.
Francesco
II imperadore 1.
Quella inesorabil morte che la temuta falce ruota a cerchio ciecamente, mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia, e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande degl'infelici, e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui, comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.
Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco, principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli all'armi contro la Francia.
Noi non descriveremo nè la lega che seguì tra la Russia, l'Austria e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna: quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Marna e della Senna.
La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato, quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei popoli.