Tal era la condizione de' tempi. In Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la prossimità de' luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro principe cagione di pensare a provvedere al suo Stato. Del che tanto maggiore necessità il premeva, che non gli era nascosto che nella parte de' suoi dominii posta oltre l'Alpi le nuove opinioni si erano largamente sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti franzesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più che i suoi Stati erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori di scandali che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di loro, favellando in pubblico, aveva predicato.
Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli ambasciatori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale, acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de' governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonte era in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio, stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il timore del senato delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione; poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de' popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari della repubblica.
Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi, non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia, furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i Franzesi, che già con tanto empito correvano.
Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la dominazione pontificia in Avignone.
MDCCXCI
Anno di
Cristo
MDCCXCI
. Indizione
IX
.
Pio
VI papa 17.
Leopoldo
II imperadore 2.
Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi, i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate, e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.
Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera, che già altrove accennammo, intitolata: Il governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo. Con irrefragabili documenti da tale opera risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno, ascesero a dieci milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria, della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana. Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.