L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario. Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.
In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo in sè stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.
MDCCXC
Anno di
Cristo
MDCCXC
. Indizione
VIII
.
Pio
VI papa 16.
Leopoldo
II imperadore 1.
A dì 20 del mese di febbraio del presente anno cessò di vivere in Vienna, nell'età di quarantanove anni, l'imperatore Giuseppe II, dopo che i suoi eserciti impadroniti eransi di Belgrado, ed ebbe a successore il fratel suo granduca di Toscana, sotto il nome di Leopoldo II, principe filosofo e pacifico, che, sollecitato da una parte dalla corte di Prussia, dall'altra dal bisogno de' suoi popoli, non tardò a staccarsi dalla Russia ed a conchiudere una pace parziale coi Turchi.
In più luoghi di questi Annali si è accennato qual fosse il carattere, quale l'indole, quale la condotta di Giuseppe. Tuttavia porta il pregio di riferire un brano della Storia d'Italia del cavalier Bossi che in questo modo riassume l'argomento:
«Abbiamo già notato come in mezzo ad uno zelo ardentissimo per lo bene e la prosperità de' suoi popoli, non fosse stato dalla opinione pubblica secondato ne' suoi vasti disegni d'innovazione e di riforma, tanto nel sistema civile, quanto nell'ecclesiastico. Si dissero talvolta troppo minuti i suoi regolamenti, troppo precipitose le sue risoluzioni, soventi volte revocate o modificate, si dissero troppo gigantesche le sue idee, le quali forse tendevano, al pari di quelle di Caterina II, a cacciare i Turchi dall'Europa; ma sebbene la riconoscenza de' popoli pari forse non si mostrasse alla sollecitudine da esso impiegata nel procurare i loro vantaggi, glorioso nome lasciò egli per la saviezza di molte leggi e di molti interni regolamenti, per le sue grandiose istituzioni, per i suoi tentativi medesimi, sempre diretti alla pubblica utilità ed allo stabilimento dell'ordine, e grandissima lode ottenne per le sue virtù domestiche, per la sua affabilità mantenuta costantemente anche col più minuto popolo, per il disprezzo da esso mostrato verso il lusso e la vana ostentazione, per il suo allontanamento dai pubblici omaggi, per la sua vita frugale e laboriosa, per un infaticabile ardore di veder tutto egli stesso e di informarsi di tutto, per la sua beneficenza verso i più miseri e per l'attenzione sua continua nello indagare e nel ricompensare il merito anche nascosto. Gli stranieri, forse più giusti dei di lui sudditi medesimi, pubblicarono a gara i tratti segreti, o gli aneddoti più gloriosi della sua vita, i quali provano l'elevatezza della di lui mente e la professione continua delle massime filantropiche più virtuose. Un problema politico assai curioso e singolare potrebbe proporsi: quale andamento, cioè, pigliato avrebbe la rivoluzione franzese, e quali ne sarebbero stati i risultamenti pegli altri Stati, e specialmente per l'Italia, se Giuseppe II non fosse stato da immatura morte colpito.»
Intanto, agli accidenti di Francia, cadevano nelle menti degli uomini degli altri paesi di Europa varii pensieri. Da principio, quando solo si trattava della opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si distrussero, e più ancora quando si schernirono i diritti sopra i quali erano fondati gli ordini delle monarchie d'Europa, quando s'insultò il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò alla maraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle incredibili enormità si aggiunsero quelle compagnie raunate in Parigi ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli, distruggere i tiranni (che con tal nome chiamavano tutti i re), il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva che, per le sfrenate dottrine tutte le provincie s'empissero di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarii; i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di temere il sapersi che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello Stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle riforme già fatte in que' tempi dai principi, e credendo potersi dare una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in Germania ed in Italia per la vicinanza de' territorii, per la facilità e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle opinioni.