Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in tutti i secoli hanno portato ai re loro.
Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto, suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.
A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava l'uscita dello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi si rimediava.
In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a posta sua gli accidenti che si temevano.
Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questo disegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.
Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale della nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione, concentrando il parlamento nella sola sua persona.
Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna; ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse, cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.
Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi, o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta; protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.
Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia. Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo, esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.
Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei parlamenti, quantunque eglino con opportune scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.