Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi, argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva; avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.

Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo. Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.

Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empierono il mondo di sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo, in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto, maturano con giudizio.

Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.

Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il governavano, e finalmente lo stato dell'erario.

Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non la gratitudine.

In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico. Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme disutili o pericolose.

Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia: esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti, per isfogar la piena di tanto amore, poichè ogni punito ed ogni imposto riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni, ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.

Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.

Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona, tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevano maggior dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.