Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.
MDCCXCIII
Anno di
Cristo
MDCCXCIII
. Indiz.
XI
.
Pio
VI papa 19.
Francesco
II imperadore 2.
La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.
Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che, coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de' Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.
Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti; vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti; il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo per sempre.
Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a' sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza e la consuetudine della repubblica.
Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da' Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli assalti forestieri e da' tumulti cittadini.