Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale, e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato, costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»

Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori, soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli animi disposti.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna; era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizza sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.

Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte, ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione, cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime, per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi marciare a Lione. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi, e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che potevano.