Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.
Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.
Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso, e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione, componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.
Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze confederate.
Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini. Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.
Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che, parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de' quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi, nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.
Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri che si vengano individuando, che ognun se li vede. Ma i dannosi erano gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai forastieri.
Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato, diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo franzese aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.
Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.
A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.