A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli ottimati, la quale, avida anche essa del dominare, e nemica ugualmente all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.
Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.
Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare nell'interno della Francia.
I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o, costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.
Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavan o Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso, fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli e detestavano il nome di Francia.
Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.
Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni, che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi contrastasse.
Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte, insisteva Paoli colle genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce; ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi, forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.
Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.
Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola, tanto opportuna a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.