La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti.
La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de' capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.
Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole.
A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria.
L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a' Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con grosse navi da guerra e molte minori. Il papa medesimamente, che aveva causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello che i forastieri le preparavano.
Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori, ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore, che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse; facesse causa cogli alleati.
Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed al romper guerra alla Francia.
Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro inglese Drake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora. Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marineri che vi si trovarono a bordo.
Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino, ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.
Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali.