L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura diventando guerra politica e territoriale. Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.
I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.
Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da' più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il castello in potere dei Genovesi.
Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra, marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore, acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.
Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo, la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di Sardegna.
Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minaccie.
Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla difendere sino all'estremo.
I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie, ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che precipitavano.
Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da' turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi, se ne impadronirono facilmente. Poscia, scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello delle Alpi.
Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de' Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que' dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de' Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti, strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da' difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già, prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.