Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in gran parte di Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana, più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi, fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio; ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»
Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati, givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batteria, con molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani; entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale, e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate; chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.
Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore; pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità, ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri, «mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non può difendersi con la forza.»
MDCCXCVI
Anno di
Cristo
MDCCXCVI
. Indiz.
XIV
.
Pio
VI papa 22.
Francesco
II imperadore 5.
A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre qualche negoziato a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare, non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsi alla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.
Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace concette dalle proferte di Basilea.
Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.