L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale, quantunque già molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò, sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova, nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare, non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che, contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe richiesto.
Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra, partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome quello di cui stavano in maggior gelosia gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato, l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione; Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.
Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Al qual primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.
Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle sue azioni segrete ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si potesse imputare alla repubblica di Venezia.
Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui, come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque, il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio, il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorii veneziani.
Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno, rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.
Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni, e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano.
Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.
Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»
Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra, mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace di fare, quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro Beauharnais.