Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto. Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro e la fortezza di Gavi; se Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola; quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del rapire e del fare di ogni erba fascio.
Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de' Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore. Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi, rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva, facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che minute.
Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni franzesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio ed alla Madonna di Savona.
In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi, mossisi da Sassello, assaltarono grossi ed impetuosi le trincee estemporanee fatte dai Franzesi a Montenotte. Difendeva i Franzesi la fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero; gli uni e gli altri infiammava un incredibile valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente l'Italia. Si combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Franzesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi ad entrare per bella forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a conquistarsi la terza; contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto dell'armi loro vittoriose. Qui sorse una battaglia tale che poche di simil fatta, per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti, sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il collonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio quanto più era grave il pericolo, animosissimamente rivoltosi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel giuramento che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il valor dei Franzesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo combatterono, che ributtati, furiosamente da ogni assalto i Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea tanto contrastata e tanto importante. Gli uni e gli altri, sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Ma il generalissimo Buonaparte, nella notte stessa, con pari celerità ed arte mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma diede agio a Rampon di empiere di soldati a destra ed a sinistra le boscaglie. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala diritta, e snodasse minutamente l'ala sinistra dalla mezzana degli alleati. E per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due forti colonne, sperando di sgiungere la mezzana governata da Argenteau e da Roccavina dalla destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno 11, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva baldanzoso all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da un'impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia, andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza, con qualche rinforzo e dopo respiro, di ricominciar la batteria; ma ecco arrivare infuriando dall'un canto Buonaparte, dall'altro Laharpe. Fu allora forza ai confederati di ritirarsi piucchè di passo per non essere posti negli estremi, ed il forzato loro movimento fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dell'aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaia di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero come prigionieri in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un migliaio incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regii, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a Millesimo che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciarli più sotto nella prima. Quindi nacque pei Franzesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani e d'impadronirsi di Millesimo.
Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla guardia della sinistra Bormida il vecchio, ma prode generale Provera con un corpo franco austriaco e quindici centinaia di granatieri piemontesi. Posto egli in molto pericolosa condizione, volle con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli venne impedito il viaggio dalla Bormida che, cresciuta per pioggie abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio castello di Cosseria, ed ivi senza artiglierie, senza munizioni, senza sussidio alcuno di cibo o di acqua attendeva a difendersi. Augereau che conosceva ottimamente che fin tanto che quel freno del castello di Cosseria fosse in mano del nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la destra, si accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso valore dagli assaltati. Pernottarono i Franzesi a mezzo monte. Ma era sitibonda all'estremo la guernigione; chiedeva Provera quant'acqua bastasse ai feriti; la negava Augereau. Arrivava il giorno 14 aprile: la fame e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto; diessi la piazza ai vincitori. Ai medesimo tempo Rusca cacciava i Piemontesi da San Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosseria abilitava Augereau a superare Montezemo; il che diè facoltà ai Franzesi di spiegar la bandiera loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di correre a difender Ceva e Mondovì.
Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo e a destra. Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti a cui potessero ripararsi: massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare un'impressione d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per quella strada; dall'altra parte i Franzesi pensavano a sforzarla. Gli Austriaci in numero di circa quattro mila soldati, ai quali si erano accostati i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, si fortificarono a questo fine sui monti di Magliani ed altri, facendovi un ridotto munito d'artiglieria e grande abbattuta d'alberi. Diedero loro tempo due giorni i Franzesi a fornire le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. La principal difesa degli alleati consisteva nel ridotto di Maglioni, che stava a ridosso del castello del medesimo nome.
I repubblicani, per aprir quella strada che i confederati avevano serrata, comparivano alle due meridiane del dì 13, minacciosi e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in tre colonne che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma non furono questi fatti che minaccie, tentativi per iscoprir bene il sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu al Colletto, fece trarre d'una forte cannonata, per prender notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano, il che gli riuscì come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel dì 14, nel quale i repubblicani, risoluti di venire al cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. Le molte mosse loro erano con molta maestria di guerra pensate, e furono altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte la mezzana, ma posatamente per aspettare l'effetto dell'assalto dato sui due fianchi. I Franzesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece allora avanti la mezzana ed entrò forzatamente, nel castello di Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una furia incredibile di palle e di scaglie. Fu quivi assai dura l'impresa pei repubblicani, perchè i confederati, maravigliosamente inferociti, traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e solamente verso la sera, venne fatto ai Franzesi, che accorrevano contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito, cacciatine a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a Pareto; ma i Franzesi li seguitarono a corsa, e quella colonna che s'era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa siffattamente contro i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi sarebbero stati sterminati, se i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia franzese che gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di duecento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di Cosseria, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e della fame, perduta la speranza d'ogni aiuto poichè vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi. Argenteau, invece di soccorrere i difensori di Magliani coi cinque o sei mila soldati che avea seco a Pareta, il che avrebbe potuto facilmente cambiare la fortuna della giornata, li mandò a far massa ad Acqui.
Questa fu la battaglia che meglio di Magliano, che di Millesimo, si chiamerebbe, perchè a Magliano concorsero le principali forze delle due parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. La notte che seguì il giorno della battaglia, il tempo stato nuvoloso, diventò piovoso; piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo e per pensare i Franzesi a tutt'altro, fuorchè il nemico vinto avesse a prendere così tosto nuovo rigoglio ad assaltarli, si guardavano negligentemente, e solo cinque a seicento vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich, accompagnato dal luogotenente Lezzeni, con un corpo di circa cinque mila soldati compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich venisse tosto a raggiugnerlo al Dego ed a Magliani; ma per poca mente, che anche la sventura gliela faceva girare, gli aveva indicato per la mossa un giorno più tardi di quello che avesse in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare al dì 14, che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il 15. Non ostante che con sua gran maraviglia avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico aveva occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente, e già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente i Franzesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiare le artiglierie, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue avevano conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati, in un con le artiglierie che munivano i luoghi, e con molta strage dei Franzesi, che si diedero alla fuga.
Massena, a così fortunoso caso riscossosi e gettatosi al piano, frenava primieramente l'impeto dei suoi che fuggivano verso il Colletto; poi ordinatili di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del dì 14, li conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non era nemmeno Wukassovich: qui la battaglia divenne orrenda. La sinistra era alle mani con le guardie avanzate austriache, che si difendevano con singolare ardimento; la mezzana pativa assai, perchè i Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi e impauriti si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di ricuperazione, e postata dietro alla mezzana, impediva che coloro che davano indietro passassero il Grillero. La colonna di mezzo, da lui incoraggita e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono e rincacciarono sino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con grave perdita; la destra non faceva frutto; già il quarto assalto era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza austriaca. Dopo tanti rincalzi e tante stragi, incominciavano i Franzesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosseria, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi; la mezzana, ingrossata e rinfrescata, assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle case; cacciati dalle case, combattevano dalle boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati da ogni banda, minacciosi e rannodati si ritiravano.
Perdettero gli Austriaci in questa battaglia, tra morti, feriti e prigionieri, sedici centinaia di buoni soldati con tutte le artiglierie loro; ma non fu nemmeno senza sangue pei Franzesi la vittoria. Tra morti feriti e prigionieri, mancarono più di ottocento soldati. Argenteau errò in molti modi, e nella battaglia di Montenotte e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior parte di quelle del nemico. Sollevossi fra l'austriaca gente un romore ed uno sdegno grandissimo contro di lui; accusandolo tutti dell'infelice successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna, perchè fossevi preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito giudizio. Ma il nome di Wukassovich rimarrà nella memoria dei posteri a giusto titolo glorioso, come di uno de' migliori guerrieri de' nostri tempi.